Questioni penitenziarie

La problematica della tracciabilità delle istanze dei detenuti

Questioni penitenziarie
Questioni penitenziarie >> Questioni penitenziarie

*

 

La “domandina” è l’istanza rivolta alla direzione per ogni tipo di richiesta, inoltrata dal detenuto all’amministrazione per essere autorizzato allo svolgimento di attività e/o al conseguimento di un interesse[1].

Diversamente, la richiesta con modello 13, è utilizzata dai detenuti per tutte le ipotesi per cui non è prevista la “domandina” e, in particolare, per trasmettere all’autorità giudiziaria gli atti di propria competenza (impugnazioni, richieste, istanze, reclami) che, raccolti e iscritti nell’apposito registro, vanno poi immediatamente comunicati all’autorità giudiziaria, come previsto dagli artt. 123 c. p. p., 44 D. Lgs 271/1989 (Disp. Att. c. p. p.), 24 DPR 230/2000.

Queste due modalità di presentazione di istanze rispondono a differenti finalità e a differenti principi. In entrambi i casi è comunque utile conoscere un numero di protocollo tale da consentire al detenuto di avere una traccia “di natura probatoria” . Se con la c.d. “domandina” il numero di protocollo dovrebbe essere rilasciato, con il modello 13, invece, il numero di protocollo dovrebbe essere solo comunicato, tenuto conto che implicitamente viene già assegnato contestualmente all’ annotazione sul registro.

*

La “domandina” altro non è che un’istanza rivolta da un detenuto ad una pubblica amministrazione; la relativa richiesta, si ritiene debba perciò sussumersi sotto la fattispecie legale propria del procedimento amministrativo e, come tale, è necessario trovare soluzioni rispettose dei principi legislativi, secondo la legge n. 241/1990, e di quelli costituzionali relativi al buon andamento dell’amministrazione, ai sensi dell’art. 97 Cost..

In effetti, la legge sul procedimento amministrativo, sopra indicata, è  ispirata a principi di economicità, efficacia, pubblicità e buon andamento del funzionamento dell’amministrazione, atti a regolare l’attività amministrativa. Per ciò che concerne i principi costituzionali coinvolti, invece, è sufficiente richiamare alcune sentenze della Corte Costituzionale le quali hanno tracciato, sin dalle prime pronunce, l’ambito di applicazione del principio del buon andamento.

Si fa riferimento, ad esempio, alle sentenze 51 del 1980 e 22 del 1966, le quali affermano perentoriamente che la finalità del buon andamento ”non si riferisce esclusivamente alla fase organizzativa iniziale della pubblica amministrazione, ma ne investe il complesso funzionamento”. Quest’ultima sentenza pone l’accento proprio su un aspetto fondamentale, specificando che: “Organizzazione e diritti sono aspetti speculari della stessa materia, l’una e gli altri implicandosi e condizionandosi reciprocamente. Non c’è organizzazione che, direttamente o almeno indirettamente, non sia finalizzata a diritti, così come non c’è diritto a prestazione che non condizioni l’organizzazione”. Da ciò discende che “il principio di buon andamento è stato, di volta in volta, identificato con la predisposizione di strutture e moduli di organizzazione volti ad assicurare un’ottimale funzionalità (sent. n. 234 del 1985) o viene altresì rappresentato “come obiettivo di tempestività e efficienza o come esigenza generale di efficienza dell’azione amministrativa” (sent. n. 404 del 1987 e n. 40 del 1998)  o, come definito di recente, un vero e proprio principio di efficienza (sent. n. 104 del 2007) tanto che “vi è un nesso indissolubile tra gli artt. 28 e 97, commi primo e secondo della Costituzione, in quanto la tempestività e la responsabilità sono elementi essenziali per l'efficienza e quindi per il buon andamento della pubblica amministrazione” (sent. 404 del 1997).

*

Per quanto riguarda l’istanza inoltrata tramite modello 13, il riscontro dell’avvenuto deposito è essenziale anche a tutela del diritto di difesa della persona detenuta, in quanto attesta il rispetto dei termini richiesti dalla legge per presentare ricorsi o reclami.

Può capitare infatti, anche solo in teoria, che le istanze vengano perse e che i detenuti siano costretti a riformularle con altra data, ricevendone un danno, soprattutto se ci si riferisce agli atti giudiziari.

Sebbene sia già previsto un registro all’interno del quale annotare le istanze da trasmettere all’ autorità giudiziaria, ciò non toglie la necessità di rilasciare al detenuto una traccia dell’avvenuto deposito, dovendo sussistere in tal senso un vero e proprio obbligo di comunicazione scritta. Per quanto scrupoloso possa essere l’operatore o, in generale, l’amministrazione nell’inviare le istanze, può succedere (come è successo) che queste vengano perse o arrivino in ritardo a destinazione. E’ facilmente intuibile che ad essere gravemente pregiudicato potrebbe risultare non solo il diritto alla difesa, questione di rilievo costituzionale, ma anche la possibilità di usufruire (senza alcun slittamento di tempo ulteriore) dei benefici e delle misure alternative previste dall’ordinamento penitenziario.

Da questo punto di vista, la normativa applicabile può facilmente rinvenirsi negli artt. 123 e 124 c.p.p.,  laddove è prescritto che “L’imputato detenuto o internato in un istituto per l’esecuzione di misure di sicurezza ha facoltà di presentare impugnazioni, dichiarazioni e richieste con atto ricevuto dal direttore. Esse sono iscritte in apposito registro, sono immediatamente comunicate all’autorità competente e hanno efficacia come se fossero ricevute direttamente dall’autorità giudiziaria”. A seguire, il relativo obbligo di osservanza “anche quando l’inosservanza non importa nullità o altra sanzione processuale” èricadente, tra gli altri, su ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, ed è estensibile, in via interpretativa, agli agenti penitenziari. Inoltre, sempre l’art. 124 comma 2 prevede che “I dirigenti degli uffici vigilano sull’osservanza delle norme anche ai fini della responsabilità disciplinare”. In tal senso rileva il termine entro il quale le istanze, le impugnazioni e le dichiarazioni debbano essere inoltrate all’autorità giudiziaria competente.

In particolare, si fa riferimento a quanto previsto dall’art. 44 dal D.lgs 271 del 1989 (Disp. Att.Cod. proc. Pen.) che fissa il termine entro il quale vanno trasmesse all’autorità giudiziaria tutte le comunicazioni rilevanti avanzate dal detenuto (indagato, imputato o definitivo) che deve essere “nel giorno stesso o, al più tardi, nel giorno successivo”. L’art. 24 d.p.r. 230 del 2000 appone invece un’ulteriore specificazione riferendosi alle istanze “relative ai provvedimenti di cui al capo VI del titolo I della legge “, vale a dire alle misure alternative alla detenzione e alla remissione del debito che riguardano specificamente i detenuti con posizione giuridica definitiva. In questa ipotesi, la norma prevede che la trasmissione avvenga entro “tre giorni dalla loro presentazione”.

Come si evince chiaramente, il legislatore è estremamente attento ai tempi di trasmissione di dette istanze, tenuto conto dell’incidenza che può avere sul diritto di difesa e, in senso ampio, sui diritti dei soggetti sottoposti ad una condizione in vinculis. Tanto più che codesta amministrazione si adoperava già per l’attuazione del medesimo diritto con l’emanazione delle circolari  GDAP-0211241-2008 e GDAP 0122058-2009 avente ad oggetto “Attuazione del diritto di difesa nelle carceri”

Non è un caso, allora, che le istanze presentate alla direzione dell’istituto “hanno efficacia come se fossero ricevute direttamente dall’autorità giudiziaria”. La fictio iuris utilizzata dal legislatore serve a tutelare chi, come il detenuto, non può assicurarsi direttamente (o può solo tramite un difensore di fiducia) dell’effettivo deposito in cancelleria. Il detenuto si trova infatti in una condizione di dipendenza (ancorché non voluta) ad un soggetto a lui estraneo, sebbene determinante per il buon fine del deposito.

E’ da questo punto di vista che nasce l’esigenza di tutelare il detenuto mediante il rilascio di una “traccia” che attesti come l’istanza sia stata depositata nel rispetto dei termini previsti o, anche solo, che questa sia stata presentata. Così pure, appare opportuno che si possa conoscere la data nella quale gli atti siano effettivamente partiti dall’istituto per l’esterno. 

In definitiva, eventuali misure che attestino la data della consegna delle istanze e la data di trasmissione all’esterno, lungi dall’appesantire l’iter di trasmissione delle stesse, costituirebbero un’adeguata soluzione alla problematica ora evidenziata,  a fronte di un dispendio irrisorio di risorse.

 
 
 
Proposte per possibili soluzioni:

Si possono facilmente trovare più modalità di attestazione dell’avvenuta consegna al reparto della documentazione, come ad es.:

* un timbro con data/numero progressivo, da apporre su un foglio apposito,  da consegnare al detenuto.

oppure

* un cedolino/ricevuta che attesti la data della richiesta ed un numero di protocollo: potrebbe essere inserito nel foglio dell’istanza, in basso, ed al momento opportuno essere staccato direttamente dalla matrice.

Per l’esterno:

* la comunicazione d’ufficio al detenuto di quando e con quale protocollo gli atti siano partiti dall’istituto.

 

 



[1]              A titolo esemplificativo la domandina può essere utilizzata per un telegramma o per una raccomandata; per ritirare un pacco postale; per ricevere, tramite colloqui, quei generi che necessitano di autorizzazione; per acquistare prodotti non compresi nell’elenco della spesa; per prendere libri in prestito in biblioteca; per cambiare cella o sezione; per frequentare attività sportive, ricreative, culturali o di altro tipo; per effettuare colloqui visivi o telefonici con familiari o conviventi; per chiedere un sussidio, in mancanza di risorse economiche, o copia di atti o provvedimenti; per chiedere un colloquio con il Direttore, con il Comandante, con il Responsabile dell’Ufficio Comando o con quello dell’Ufficio matricola; per chiedere un colloquio con gli assistenti sociali, con gli operatori del Sert o con lo psicologo, con il cappellano, con gli assistenti volontari. 

 

Torna indietro