Tortura, riformare la legge ora vuol dire affossare i processi

8197402220 564af88270 oAPPELLO. Non c’è Paese democratico al mondo che, per salvare un manipolo di poliziotti accusati di questo reato, abbia cambiato in corso le regole del gioco mettendo mano al delitto. Deputati e senatori della Repubblica non si rendano complici di questo misfatto giuridico.

di Patrizio Gonnella su il manifesto del 12/10/2023

È di due giorni fa la notizia delle accuse di tortura nei confronti di 23 agenti di polizia penitenziaria a Cuneo. Ancora una volta, in alcuni commenti, piuttosto che soffermarsi su quanto accaduto si evoca la necessità di mettere mano alla legge che proibisce la tortura. È come se a seguito di una persona ammazzata si discutesse di abolire il reato di omicidio. Chiunque assecondi, promuova, voti un provvedimento di legge che cancella o modifica l’articolo 613-bis, introdotto nel codice penale nel 2017, si renderà complice di un atto di impunità di massa. Esistono vari disegni di legge pendenti a riguardo e pare sia intenzione del Governo mettere mano alla norma. 

In premessa va ricordato che la legge contro la tortura fu approvata dopo un’intollerabile attesa di quasi trent’anni. Era il 1988 quando l’Italia si era impegnata a prevedere un reato che punisse i torturatori, ratificando la Convenzione dell’Onu. Per trent’anni, in particolare a destra, c’era chi aveva remato contro la codificazione del delitto di tortura affermando che non andassero criminalizzate le forze dell’ordine alle quali bisognava lasciare le mani libere. 

Dal 2017 ad oggi il testo ha dimostrato di avere una ragionevole capacità di impatto. Guardando al mondo carcerario, vi sono state condanne per tortura per violenze avvenute nei confronti di detenuti (come a Ferrara o a San Gimignano), assoluzioni (nel giudizio abbreviato per fatti accaduti nel carcere Torino), rinvii a giudizio (come nel caso delle brutalità commesse a Santa Maria Capua Vetere), riqualificazioni del delitto rispetto alla denuncia iniziale (come per le violenze avvenute nel carcere di Monza). Dunque il testo è stato interpretato non in modo “punitivo” per gli operatori di Polizia, come alcuni vorrebbero far credere. 

Non è vero che, guardando allo specifico mondo penitenziario, la Polizia non è nelle condizioni di lavorare serenamente. È falso. La Polizia penitenziaria, al pari delle altre forze dell’ordine, ha tutti gli strumenti normativi per un uso della forza ragionevole e misurato nell’ambito dei limiti previsti dall’Ordinamento Penitenziario e dal codice penale all’articolo 51 laddove si afferma che l’adempimento del dovere imposto da una norma giuridica esclude la punibilità. Ricordo che quella norma non è stata scritta da un manipolo di attivisti affetti da lassismo, bensì da Alfredo Rocco nel 1930, giurista dichiaratamente fascista. 

Nell’ipotesi in cui si metta mano alla definizione di tortura presente all’articolo 613-bis rischiano di saltare tutti i procedimenti pendenti e quelli decisi in primo grado. È un attacco al sistema dei diritti umani e alla Costituzione, tra i più gravi che si possano compiere. L’habeas corpus ha nobili e antichi radici. La sua costituzionalizzazione all’articolo 13 della nostra Carta ha un valore immenso viste le torture di cui si macchiarono i fascisti e le loro guardie. L’Italia, se così fosse, si metterebbe fuori dalla legalità e dalla comunità internazionale. Non c’è Paese democratico al mondo che, per salvare un manipolo di poliziotti accusati di tortura, abbia cambiato in corso le regole del gioco mettendo mano al delitto di tortura. 

Ci appelliamo a tutti i deputati e senatori della Repubblica affinché non si rendano complici di questo misfatto giuridico. Ci appelliamo anche a tutte le autorevoli voci di questo Paese affinché ricordino che la tortura è anche un crimine contro l’umanità e che non è merce di scambio nelle campagne elettorali. Ci appelliamo anche alla gran massa di agenti penitenziari, poliziotti, carabinieri, finanzieri che ogni giorno lavorano nel solco della legalità costituzionale: dite anche voi no a chi in vostro nome vuole assicurare impunità a chi ha macchiato di fango la divisa che anche voi indossate.

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