Lunedì un detenuto si è suicidato nel carcere di Ancona Montacuto

logo antigoneNella giornata dei commenti ai risultati elettorali è passata quasi inosservata la notizia che lunedì scorso un’altra persona si è tolta la vita presso il penitenziario di Ancona Montacuto (Giovanni Aireti, 64 anni, in attesa di giudizio). Quasi contemporaneamente, sempre a Montacuto, un altro detenuto, di nazionalità tunisina, è finito in ospedale in gravi condizioni per aver volontariamente ingerito della varechina e un numero imprecisato di lamette.

Le notizie arrivano nelle stesse ore in cui scade la moratoria della Corte europea, che poco più di un anno fa ha condannato per l’ennesima volta l’Italia per mancato rispetto delle norme della Convenzione europea per i diritti dell’uomo che vietano i trattamenti inumani e degradanti ed ora si appresta a valutare se i provvedimenti italiani sono sufficienti a scongiurare un'altra raffica di (centinaia) di condanne.

Salgono a 57 le persone morte nelle carceri italiane dall’inizio del 2014, senza contare i suicidi tra il personale di vigilanza. Negli ultimi 10 anni presso il penitenziario di Ancona Montacuto sono morte 13 persone - di cui 8 per suicidio - su un totale di 24 decessi avvenuti nelle carceri marchigiane. Ognuno può fare le proprie considerazioni (dati del centro studi Ristretti Orizzonti, Padova; www.ristretti.it).

Spesso questi episodi vengono collegati al cosiddetto sovraffollamento, ma in questo momento, per quanto riguarda le presenze, i numeri di Ancona Montacuto non sono particolarmente critici, perché una parte della struttura è chiusa per lavori. In occasioni tragiche come questa occorre invece ribadire che è semplicistica ed errata l’idea che si possa risolvere il problema delle pessime condizioni di vita nelle carceri solo costruendo nuovi edifici. La stessa sentenza Torregiani (dal nome di uno delle migliaia di detenuti italiani che hanno presentato ricorso alla Corte Europea) condanna l’Italia per il fatto di tenere le persone in condizioni inumane e degradanti, ed il poco spazio è solo uno degli elementi oggetto di censura.

Occorre piuttosto poter verificare quello che avviene nelle carceri (nelle ultime settimane il Ministero ha vietato ai Direttori di fornire i dati ad Antigone, non molto tempo fa due volontarie Caritas sono state "cacciate" dal servizio in carcere…); inoltre fare manutenzione agli edifici, investire nei programmi di recupero delle persone condannate, far lavorare i detenuti, far uscire dal carcere le persone non pericolose che hanno bisogno di essere curate (malati psichici, tossicodipendenti…), usare di meno la custodia cautelare in carcere, puntare sulle pene alternative…

Prima di replicare queste strutture che sono motivo di vergogna (in tanti insistono per costruire un nuovo grande carcere a Camerino) pensiamo a far funzionare quel che c’è ora, investendo le (poche) risorse disponibili in quel che serve per garantire subito, come chiede la CEDU, condizioni di vita e di lavoro dignitose all’interno del carcere e nel recupero delle persone vi si trovano ristrette, che significa anche più sicurezza per la comunità.

Avv. Samuele Animali (Antigone Marche, presidente)

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Il carcere visto da dentro

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