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ANCHE ILARIA CUCCHI A VARESE IL PROSSIMO 30 APRILE PER L’UDIENZA AL PROCESSO SUL “CASO UVA”

Sabato 30 aprile 2011 Ilaria Cucchi sarà a Varese a fianco delle sorelle di Giuseppe Uva in occasione dell’udienza di apertura del dibattimento del processo per il 43enne morto il 14 giugno 2008 dopo essere stato fermato dai Carabinieri, trattenuto in caserma per quasi tre ore in circostanze ancora da chiarire e infine sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio nel reparto di Psichiatria dell'Ospedale di Circolo che ne avrebbe originato la morte. Il processo, che si è aperto formalmente lo scorso 9 aprile, vede imputati tre medici – Matteo Catenazzi, medico del Pronto soccorso dell’Ospedale, e i due psichiatri Carlo Fraticelli e Enrica Finazzi – accusati di aver somministrato farmaci non compatibili con lo stato di ubriachezza in cui Uva versava.
Ma la famiglia chiede di riaprire le indagini soprattutto per capire cosa successe realmente tra le 3 e le 6 del mattino del 14 giugno 2008 nella caserma dei Carabinieri di Varese e per dare una spiegazione alle visibili tracce di violenza sul corpo del giovane, tra cui le ampie macchie di sangue che la sorella Lucia ha notato sia nella zona anale e genitale dal fratello che sui jeans che indossava la notte della sua morte. Per sostenere le richieste delle sorelle di Giuseppe Uva, per manifestare concretamente la sua solidarietà e la sua vicinanza ai familiari di questo giovane morto in circostanze ancora da chiarire e per sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica affinché si faccia piena chiarezza su questo caso, Ilaria Cucchi presenzierà all’udienza del 30 nel Tribunale di Varese; il giorno prima – venerdì 29 aprile alle ore 14 (il luogo verrà comunicato nei prossimi giorni) – incontrerà i giornalisti che si occupano del caso. Come segnalato da Luigi Manconi, che per primo ha portato il caso all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale, sono molte le analogie tra il caso di Giuseppe Uva e quello di Stefano Cucchi. La prima: il fatto che entrambi hanno subito pesanti violenze da parte di apparati dello Stato, che avrebbero invece come primo dovere istituzionale quello di garantire l’incolumità di chi si trovi sotto il loro controllo. La seconda: il fatto che, dopo aver subito tali violenze, sono stati ricoverati in un ospedale pubblico, e qui hanno trovato la morte a causa di precise responsabilità del personale medico. La terza: che in entrambi i casi, ma anche in tanti casi simili (Marcello Lonzi, Giovanni Lorusso,...), a rompere il muro del silenzio è una figura femminile: sorelle o madri che trovano la forza di trasformare il loro dolore in un’occasione di denuncia pubblica .

(giovedì 21 aprile 2011)
 
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