Diritti umani a geometria variabile, meltingpot.org, 05/01/07

Diritti umani a geometria variabile

Il 25 agosto del 2004, appena pochi giorni dopo le espulsioni collettive in Ghana ed in Nigeria dei naufraghi salvati nel canale di Sicilia dalla nave tedesca Cap Anamur, Berlusconi affermava che “ Gheddafi è un grande amico mio e dell’Italia”, definendolo come “leader della libertà”.
Nell’ottobre del 2004 e poi nel marzo del 2005, l’Italia espelleva da Lampedusa verso la Libia alcune centinaia di migranti, finanziando al contempo la costruzione di tre centri di detenzione in territorio libico e la deportazione di oltre 5000 migranti dalla Libia verso i paesi limitrofi, verso stati come l’Eritrea ed il Sudan, dai quali gli stessi migranti, tra i quali donne e minori, erano fuggiti per salvare la vita. In seguito alle denunce delle associazioni antirazziste l’Italia veniva condannata dal Parlamento Europeo e dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo per avere realizzato espulsioni collettive vietate da tutte le convenzioni internazionali, oltre che dalle leggi italiane.
Successive indagini giornalistiche scoprivano che l’Italia finanziava in Libia la gestione di centri come quello di Al Gatrun dove venivano detenuti in condizioni inumane decine di bambini. Secondo fonti diverse, nello stesso periodo, centinaia di persone morivano nel deserto dopo l’espulsione dall’Italia in Libia, ed altre centinaia affogavano nelle acque del Mediterraneo, dopo gli accordi di pattugliamento congiunto e la persecuzione penale di quanti avevano tentato di salvare migranti in procinto di naufragare. Ma per Berlusconi “ il modello di collaborazione italo-libica per il contrasto dell’immigrazione clandestina doveva essere un esempio per i rapporti tra Europa ed Africa”. E così, purtroppo, si sta verificando.

Nel maggio del 2006, subito dopo l’insediamento del governo Prodi, la sottosegretaria agli Interni, Marcella Lucidi, annunciava solennemente che non ci sarebbero più state espulsioni dall’Italia verso “ quei paesi che non sono firmatari della Convenzione di Ginevra, fra questi la Libia”. Subito dopo il ministro degli interni Amato, dopo gli schiamazzi delle destre che accusavano il nuovo governo di favorire in questo modo “una nuova invasione di clandestini”, incontrava l’ambasciatore libico a Roma e, definendo “ottimi” i rapporti di collaborazione con la Libia, costringeva il sottosegretario a precisare che le espulsioni verso Tripoli non sarebbero più state “indiscriminate”. Affermazione certo facile, considerando che solo pochissimi libici entrano irregolarmente in Italia, mentre la maggior parte di coloro che sbarcano a Lampedusa, provenendo dal porto libico di Al Zuwara, sono eritrei, somali, sudanesi, nigeriani, togolesi, egiziani, tunisini e marocchini. Piuttosto che verso la Libia i respingimenti in frontiera, altrettanto sbrigativi che in passato, sono stati eseguiti da Crotone e dai centri di detenzione pugliesi direttamente verso i paesi di origine.
Nel corso dell’ultimo anno sono intanto proseguite senza sosta le espulsioni di immigrati irregolari verso l’Egitto, la Tunisia, l’Algeria ed il Marocco, paesi nei quali al di là della presenza formale di una delegazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, non è garantita una effettiva possibilità di accesso alla procedura.
Alla fine del 2006 in Libia venivano condannate a morte alcune infermiere bulgare ( adesso cittadine comunitarie) ed un medico palestinese, accusati di avere propagato l’AIDS in quel paese utilizzando sangue infetto per le trasfusioni. Gli imputati erano stati già torturati ripetutatemente al fine di estorcere le prime confessioni, ma questo sembra non interessare ai governanti europei interessati ad utilizzare la Libia come gendarme per bloccare i movimenti migratori e per estendere le frontiere Schengen a sud del Canale di Sicilia ( così espressamente il commissario europeo Frattini). Sempre la Libia, nel dicembre del 2006, deportava verso i paesi di origine 858 immigrati irregolari di differenti nazionalità che tentavano di raggiungere il Mediterraneo. Non si sa quanti abbiano avuto modo di presentare domanda di asilo. In molti casi, si trattava di persone, anche donne e minori, in fuga da persecuzioni ed atrocità di ogni genere. Ma nessuno si è indignato per questi atti che equivalgono in molti casi ad una vera e propria condanna a morte.

Ma la fine dell’anno è stata occasione di ulteriori abusi ai danni dei migranti, persino di profughi già in possesso dello status di rifugiato. Le politiche comunitarie in materia di immigrazione stanno imponendo a tutti i paesi di transito del Nord Africa pesanti condizionamenti, stabilendo possibilità di cooperazione economica solo in favore di chi dimostra di sapere respingere i migranti verso i paesi di provenienza, a qualsiasi costo, anche a costo di calpestare i diritti fondamentali della persona umana. Le vittime della repressione poliziesca di Ceuta e Melilla nel dicembre del 2005 non sono evidentemente bastate.
Ai paesi di transito viene ora richiesta una dimostrazione ulteriore di capacità repressiva nei confronti dei migranti irregolari. Anche in questo caso non si guarda tanto per il sottile e tutti gli immigrati sono considerati come potenziali pericoli da allontanare, persino quando sono in possesso di validi documenti di soggiorno.
A Rabat ed in altre città del Marocco negli ultimi giorni del 2006 venivano effettuate retate notturne ai danni di migranti già riconosciuti come profughi dall’ACNUR, ed anche in questo caso si realizzavano delle vere e proprie deportazioni collettive, con l’abbandono di molte persone, tra cui donne e bambini, in pieno deserto, nella “terra di nessuno” al confine tra il Marocco e l’Algeria. Alcune donne, arrestate dalla polizia algerina venivano stuprate, ed una di loro, rientrata fortunosamente nella città di Oujdia, all’estremo confine orientale del Marocco, è stata costretta ad abortire per le violenze subite dalla polizia. Di altri migranti rastrellati a Rabat, abbandonati nel deserto o detenuti nelle stazioni della polizia algerina, non si ha più notizia.

Ed i diritti fondamentali della persona umana? Il dibattito sulla pena di morte? Il riconoscimento effettivo del diritto di asilo? Chi rimane “sconvolto”, come il commissario UE Frattini, per la pena di morte comminata in Libia alle infermiere bulgare, è poi corresponsabile delle politiche espulsive della Libia e del Marocco verso i paesi di provenienza dei migranti. Paesi nei quali è estremamente facile venire arrestati solo al fine di estorsione da parte della polizia, mentre donne e minori patiscono abusi di ogni genere.
Insomma, i diritti umani a seconda delle convenienze del momento e del vento che soffia nell’opinione pubblica. Ma il diritto alla vita , il rispetto della dignità umana sono valori unici ed assoluti, oppure possono essere degradati da scelte discrezionali delle autorità di polizia a diritti relativi, molto relativi, a seconda di chi ne è titolare? Non sembra che siano interrogativi che all’inizio del 2007 tormentino troppo la coscienza dei governanti europei, nel disinteresse generale dell’opinione pubblica, vittima della (dis)informazione diffusa quando si paventano “invasioni di clandestini” da sud e da est. Eppure, in assenza di regole certe sugli ingressi legali e sulle procedure di asilo, i viaggi attraverso il deserto e la traversata sulle carrette del mare, o su barchini sempre più piccoli e pericolosi, rimangono l’unica possibilità effettiva di entrare in Europa, per chi proviene dai tanti sud del mondo. Una clandestinità imposta dalle scelte dei governi, e rinsaldata dagli accordi di riammissione e di pattugliamento congiunto, assume così il carattere dello schiavismo e dello sfruttamento, con diverse modalità, a nord ed a sud della frontiera Mediterraneo. A giovarsene, come al solito, i mercati globali ed i trafficanti di uomini.

Occorre reagire, e non basta più reagire a tutto questo operando a livello nazionale. L’unico modo per difendere i migranti , per affermare i valori della cittadinanza di residenza e salvare la vera identità europea, che non è confessionale, ma laica e plurale, aperta all’incontro con tutte le genti, rimane una grande iniziativa a livello comunitario, per una nuova politica comunitaria in materia di immigrazione ed asilo, per una nuova politica di cooperazione e di sostegno allo sviluppo. Per dire basta a politiche repressive di stati che non rispettano i diritti fondamentali della persona, e che lucrano ingenti vantaggi economici e politici, in cambio di qualche centinaio di vite migranti disperse nel deserto, o in mare, lontano dai nostri occhi, lontano dal cuore sempre più freddo di un Europa che ormai sembra non riconoscersi più neppure in sé stessa.
Riusciranno le associazioni europee che difendono i diritti dei migranti a lanciare questa sfida, superando i particolarismi nazionali ?

di Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo

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