Quando l'immigrato studente per Asl e questura è un orfano, La Repubblica, 26/11/06

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Quando l'immigrato studente
per Asl e questura è un orfano

Nizar ha 22 anni, è cittadino del Marocco, e vive in Italia, tra Roma e le Marche, da quando di anni ne aveva 14. Così fa un certo effetto scoprire che è come se fosse arrivato ieri. Il fatto che abbia frequentato in Italia le scuole superiori, il liceo scientifico per la precisione, è del tutto irrilevante.

Nizar, che è iscritto al secondo anno di ingegneria chimica alla Sapienza di Roma, per le questure e le Asl è uno "studente straniero", in nulla diverso da quelli che vengono in Italia per un master o una specializzazione e poi se ne vanno. Anzi, una differenza c'è, sostanziale: ed è che gli stranieri che vengono da noi per una specializzazione di solito sono di famiglie abbienti, o hanno beneficiato di qualche borsa di studio.

Nizar, invece, non è ricco. Infatti la condizione di "studente straniero" gli pesa anche dal punto di vista economico, oltre che morale. Per esempio, se vuole usufruire dei normali servizi offerti dalla sanità nazionale, deve pagare 150 euro l'anno alla Asl.

La condizione di Nizar è quella di tutti i figli di immigrati che, diventati maggiorenni, hanno deciso di proseguire gli studi. Il compimenti dei diciott'anni agisce come un fulmineo reset sul passato. Il ricongiungimento familiare, compiuto regolarmente anche molti anni prima, non conta più nulla. In un certo senso non conta più nemmeno il fatto che i genitori lavorino e che dunque paghino già il loro contributo al servizio sanitario nazionale. Lo studente straniero maggiorenne è come un orfano. E anche se ha maturato gli anni sufficienti per la carta di soggiorno, non può sperare di averla perché, in quanto studente, non produce reddito.

 

Ma l'aspetto forse più odioso della faccenda, è che la discriminazione agisce all'interno degli stessi giovani immigrati. Se infatti Nizar avesse deciso di non proseguire gli studi, la sua vita sarebbe stata molto più semplice. Compiuti i diciotto anni, avrebbe cercato un'occupazione (anche un po' "finta", anche di un solo mese: il tempo strettamente necessario per avere un permesso di soggiorno per motivi di lavoro) e si sarebbe risparmiato una serie di fastidi, a partire dal pagamento della tassa supplementare alla Asl. Insomma, per i giovani immigrati, il diritto allo studio e all'assistenza sanitaria finiscono con la scuola dell'obbligo e la maggiore età. C'è una sola giustificazione a questa discriminazione evidente, che tra l'altro nasce da una serie di prassi amministrative e non da una precisa disposizione di legge. La solita: l'Italia, paese relativamente giovane nel rapporto con gli stranieri, si trova ad affrontare situazioni impreviste. E' evidente, però, che casi come quello di Nizar sono destinati ad aumentare di numero con costante progressione. Bisogna attendere che questi strani "stranieri" dall'accento romanesco o milanese diventino tanti da poter scendere in piazza, o si vuole fare qualcosa per risolvere il problema subito?

Nizar, intanto, ha inviato una lettera ai ministri dell'Interno, della Solidarietà sociale, della Salute e del Lavoro: "I giovani nella mia situazione si sentono cittadini dello Stato italiano, a prescindere da qualunque permesso di soggiorno, ma devono scoprire che l'integrazione e il diritto di cittadinanza si misurano quasi esclusivamente sulla capacità di produrre reddito". E ancora: "Sono convinto che la migliore integrazione si realizza quando si è soddisfatti e felici del paese che hanno scelto per te i tuoi genitori". Chissà se avrà una risposta.

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