Indulto - Voci fra paura e realtà, di D.S. Dell'Aquila, Il Manifesto 2/11/06

Campano il 15%. 3.800 i beneficiari residenti in regione. Pochissimi i recidivi. La clemenza non c'entra con una guerra di camorra che va avanti da due anni. Ha però messo a nudo la povertà e l'insufficienza del welfare locale In tutta la Campania sono 2.713 i detenuti che hanno lasciato il carcere perché beneficiari dell'indulto, 1.321 quelli scarcerati dagli istituti di pena di Napoli, Poggioreale, Secondigliano e Pozzuoli. A questi numeri vanno aggiunti i detenuti scarcerati in altre regioni ma comunque residenti a Napoli, per cui sono circa 3.800 i campani che hanno usufruito dello sconto di pena varato in estate dal parlamento. Non sono certo quindi gli ottomila che il deputato di An Filippo Ascierto aveva allarmisticamente annunciato alla stampa anche se indubbiamente rappresentano una cifra alta.
In totale, il 15% dei beneficiari dell'indulto è campano. Si può però dire che la recente ondata di omicidi è imputabile a questo provvedimento che ha avuto molte madri e che oggi stenta a trovare un padre?
L'equazione, sostenuta fortemente da Alleanza Nazionale e dalla Lega, ha incrinato le certezze del centrosinistra, tanto che lo stesso Piero Fassino recentemente ha dichiarato che «i cittadini non apprezzano quei provvedimenti che appaiono espressione di un vecchio modo di governare».
A nulla sono valse, nemmeno sul piano mediatico, le difese del ministro Clemente Mastella né i dati del sottosegretario Luigi Manconi che ha ricordato come su oltre 24mila detenuti beneficiari dell'indulto solo il 3,6% (cioè circa 900 persone) è tornato presto in carcere perché recidivo.
Eppure, a ben vedere, la triste sequenza di omicidi non appare un fenomeno improvviso ma al contrario come continuità di una guerra di camorra mai sopita e che da due anni ha ripreso a mietere ferocemente vittime.
La contrapposizione tra il clan Misso-Mazzarella, radicato in una vasta area che va dal centro storico alla zona orientale e i clan che una volta erano nel cartello dell'Alleanza di Secondigliano, e le faide interne a questi stessi clan hanno aperto una stagione di morti che non è affatto chiusa e che certo non è imputabile ad un provvedimento di indulto. Né è nuova l'intensità della sequenza di omicidi che ha scosso la città e il suo hinterland.
Ad inizio di quest'anno, ad esempio, il quartiere della Sanità è stata scosso da otto omicidi nel giro di due mesi, frutto della faida interna al clan Misso, così come a giugno, ben prima dell'indulto quindi, si rompeva il fragile equilibrio dei clan di Scampia.
Il quattro giugno infatti, Ciro e Domenico Girardi, due fratelli, venivano trucidati da almeno trenta colpi da killer armati di fucile mitragliatore e pistola automatica nei pressi di Secondigliano. Un segnale di ferocia che annunciò il riesplodere della guerra di camorra e la rottura degli equilibri tra i clan, come segnalò il prefetto di Napoli, Renato Profili, durante il vertice del comitato per l'ordine e la sicurezza convocato in quei giorni. Da allora la camorra non si è mai fermata, arrivando ad uccidere anche la sera della finale dei mondiali di calcio, durante la partita.
Beppe Battaglia, responsabile del Gruppo Carcere della Federazione Città Sociale, ricorda «che l'indulto è un provvedimento del quale hanno beneficiato in larga parte tossicodipendenti e immigrati, non i vertici della criminalità organizzata. Certo se non c'è un sistema di presa in carico del disagio da parte dei servizi sociali, se non si investe sul sociale,sul lavoro, è inevitabile il ricorso all'illegalità come forma stessa del sopravvivere. Ma non mi sembra che la guerra di camorra non ci fosse quando le carceri erano piene fino all'inverosimile».
In effetti, quello che l'indulto ha scoperto è la fragilità del sistema di welfare, l'inadeguatezza di risorse e mezzi per contrastare una crescente povertà. Anna, poco più di quarant'anni, è la madre di Ciro (nome di fantasia), 22 anni, tre anni di carcere, separato, con una figlia di quattro anni. E' uscito da tre mesi, «non voglio che mio figlio si inguai di nuovo, alla bambina ci penso io, ma lui non trova niente, anche se cerca, noi che possiamo fare, quanto possiamo aspettare?» Già, quanto possono aspettare?

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Il carcere visto da dentro

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