Vent'anni dopo la Gozzini senza alibi, di F.Corleone e P.Gonnella, Il Manifesto 20/10/06

Sono passati vent’anni da quell’ottobre del 1986 quando, grazie all’impegno di Mario Gozzini, veniva approvata la riforma dell’ordinamento penitenziario. Una riforma all’insegna della universalizzazione dei diritti dei detenuti e dei benefici penitenziari. In questi vent’anni sono successe molte cose. Alla riforma è seguita una contro-riforma che ha reso ambigua e contraddittoria la legge. La popolazione detenuta è progressivamente cambiata. Un tempo c’erano in carcere giovani interpreti delle lotte sociali e politiche. Oggi vi sono in prevalenza giovani tossicodipendenti e immigrati. L’amministrazione penitenziaria, salvo brevi parentesi, è stata sempre invece uguale a se stessa: auto-referenziale e burocratica. La magistratura di sorveglianza non è più quella di Igino Cappelli, Sandro Margara, Giancarlo Zappa. Una progressiva involuzione culturale l’ha investita.

 

L’approvazione dell’indulto è stato un modo non retorico di onorare i venti anni di vita assai travagliata della legge Gozzini, che è stata soggetta a ingenerosi attacchi e a forti restringimenti, così da renderla più un miraggio che una realtà effettiva. In questa deriva molte sono le responsabilità che l’indulto ha svelato.L’uscita dal carcere di 23.580 detenuti ha costituito prima di tutto una dichiarazione di resa della magistratura di sorveglianza. Infatti le persone uscite dal carcere erano nella condizione, relativamente ai tempi, di godere dei cosiddetti benefici penitenziari, che di solito scattano proprio sotto i tre anni di pena, quelli che l’indulto ha condonato. Che cosa ha impedito la concessione dei benefici da parte dei giudici di sorveglianza? Che cosa ha impedito l’esercizio del controllo di legalità interna? Certamente una interpretazione restrittiva e timorosa della legge,  rapporti di polizia fatti sui pre-stampati, operatori penitenziari demotivati, mancanza di sostegno all’esterno.Oggi i magistrati di sorveglianza si riuniscono a convegno richiamando parole d’ordine confortevoli risalenti ad altri tempi. Speriamo che la loro riflessione si distingua per la verità se non per l’autocritica. Le notizie che riceviamo da molte realtà sono infatti preoccupanti; pare che il riflesso predominante dell’indulto sia un ulteriore blocco dei benefici, con motivazioni francamente stravaganti. Viene addirittura esplicitato nei provvedimenti di rigetto che  già troppi detenuti sono usciti.

 Noi invece pensiamo che dagli attuali 38.000 detenuti si potrebbe passare facilmente a 30.000 rendendo il carcere un luogo diverso da quello segnato dall’emergenza degli ultimi anni. Un carcere “extrema ratio” su cui giocare la carta del reinserimento.Per i magistrati l’alibi del troppo lavoro è caduto. Oggi va in scena la responsabilità di tutti e di ciascuno. Gli effetti dell’indulto non vanno vanificati. Il parlamento deve abrogare le leggi che hanno prodotto il sovraffollamento (immigrazione, droghe, recidiva); il governo deve scegliere un vertice dell’Amministrazione Penitenziaria che segni una profonda discontinuità con il passato.Speriamo che i magistrati di sorveglianza riuniti a convegno aiutino a rompere la costruzione mediatica forcaiola che ha imperversato in questi mesi, riappropriandosi di un ruolo legato alle ragioni storiche della riforma, nel nome della giustizia e dell’umanità. Speriamo che aprano una riflessione sul perché si è sentito il bisogno di importare in Italia un’istituzione, quella del Garante dei diritti delle persone private della libertà, che andrà ad affiancarli in uno dei compiti fondamentali che il nostro ordinamento assegnava loro. Speriamo che si interroghino su come interpretare il ruolo che a loro resterà quando, speriamo presto, a supervisionare sulla tutela dei diritti dei detenuti sarà anche  qualcun altro. 

Noi invece pensiamo che dagli attuali 38.000 detenuti si potrebbe passare facilmente a 30.000 rendendo il carcere un luogo diverso da quello segnato dall’emergenza degli ultimi anni. Un carcere “extrema ratio” su cui giocare la carta del reinserimento.Per i magistrati l’alibi del troppo lavoro è caduto. Oggi va in scena la responsabilità di tutti e di ciascuno. Gli effetti dell’indulto non vanno vanificati. Il parlamento deve abrogare le leggi che hanno prodotto il sovraffollamento (immigrazione, droghe, recidiva); il governo deve scegliere un vertice dell’Amministrazione Penitenziaria che segni una profonda discontinuità con il passato.Speriamo che i magistrati di sorveglianza riuniti a convegno aiutino a rompere la costruzione mediatica forcaiola che ha imperversato in questi mesi, riappropriandosi di un ruolo legato alle ragioni storiche della riforma, nel nome della giustizia e dell’umanità. Speriamo che aprano una riflessione sul perché si è sentito il bisogno di importare in Italia un’istituzione, quella del Garante dei diritti delle persone private della libertà, che andrà ad affiancarli in uno dei compiti fondamentali che il nostro ordinamento assegnava loro. Speriamo che si interroghino su come interpretare il ruolo che a loro resterà quando, speriamo presto, a supervisionare sulla tutela dei diritti dei detenuti sarà anche  qualcun altro. 

Franco Corleone, garante dei detenuti di Firenze

Patrizio Gonnella, presidente di Antigone   

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Il carcere visto da dentro

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