Fine pena: mai. Una schiavitù perpetua che non garantisce sicurezza, di G.Santoro, Liberazione 13/10/06

 E’ partita con successo a L’Aquila la campagna per l’abolizione dell’ergastolo. Una battaglia di civiltà per le 1.250 persone attualmente recluse in carcere a vita, ma anche una battaglia culturale rispetto alla idea di giustizia e sicurezza che popola le fila della sinistra. Significativo è che tra i relatori del convegno di ieri vi sia un ergastolano, Sandro Padula, che nell’incipit della sua relazione apre una riflessione che lascia pubblico e relatori attoniti: «Quello che noi chiamiamo ergastolo, Cesare Beccarla lo definì nel 1764 come pena di schiavitù perpetua, come pena più dolorosa e crudele della pena di morte in quanto non concentrata in un momento ma estesa sopra tutta la vita». Il tema è ripreso poi da Domenico Gallo, Magistratura democratica, secondo il quale l’ergastolo non è una pena assimilabile alla reclusione in quanto da essa qualitativamente diversa e assai più assimilabile alla pena di morte. La ragione profonda per la sua abolizione, a parere del giudice, risiede nei principi supremi della Costituzione, nel principio “personalista”, secondo il quale la persona è il fine ultimo del nostro ordinamento e la dignità umana non può essere calpestata fino a prevedere una pena disumana quale è l’ergastolo.

Fine pena: mai, ovvero vita senza speranza, senza un progetto. La riflessione parte da lontano, con Imma Barbarossa della segreteria nazionale del Prc, che scomoda Pietro Ingrao che nel 1975 esortava i compagni a non avere un atteggiamento repressivo perché la mano forte non è sinonimo di sicurezza. E lo stesso filo rosso verrà poi ripreso da tutti i relatori fino alle conclusioni del segretario che invita i presenti a soffermare l’attenzione su quegli ordinamenti, come gli Usa, dove pur esistendo la pena capitale non sono in diminuzione i crimini commessi e i tassi di detenzione sono di 8 volte superiori a quelli riscontrabili in Italia. In altre parole, la forza deterrente della pena capitale e dell’ergastolo non portano ad un maggior grado di sicurezza per i cittadini: repressione e prevenzione del crimine camminano su binari separati. E’ quindi illusorio - ricorda Arturo Salerni, responsabile nazionale carceri del Prc - partire da una visione secondo cui l’applicazione e la minaccia della sanzione penale risolvono, da soli, tutti i conflitti sociali. Per avere maggiore sicurezza bisogna attuare un diritto penale minimo che circoscrivendo la sfera dell’illecito permetta alla giustizia di funzionare più efficacemente e in tempi ragionevoli; ma vi è bisogno anche di un diritto penale mite, ovvero di un minor ricorso al carcere perché il carcere alimenta la devianza.

Insomma, dai diversi interventi che si sono alternati, da Massimiliano Bagaglini dell’Associazione Antigone al segretario federale di L’Aquila Giulio Petrilli, ciò che traspare è la consapevolezza di voler ridisegnare l’intero sistema delle pene cambiando il paradigma culturale di riferimento: dal diritto alla sicurezza alla sicurezza dei diritti di tutti, da quelli liberali a quelli sociali, che dovrebbero caratterizzare lo Stato moderno di diritto. D’altronde non abolire la pena dell’ergastolo è in aperta collisione con quanto previsto dal programma dell’Unione in tema di giustizia e col lavoro della commissione Pisapia. Tale preoccupazione è ben presente nell’intervento del segretario Giordano quando mette in guardia il partito dal desistere dal portare avanti questa battaglia culturale “impopolare”, per evitare gli scivoloni verso destra che si sono avuti in passato in tema di giustizia e sicurezza, dove pezzi di sinistra hanno cavalcato il giustizialismo in maniera quasi indistinguibile dalle destre. Quelle destre che negli ultimi 5 anni hanno “inventato” nuovi crimini in tema di immigrazione e consumo di sostanze stupefacenti.

Linda Santilli, del Forum delle donne del Prc, invita a riflettere anche sui limiti delle leggi premiali tutte fondate sulla discrezionalità del giudice e che ledono col diritto alla libertà interiore della persona.

La cultura della nonviolenza, conclude Giordano, deve insegnarci che anche in terreni scomodi dobbiamo imparare a costruire alternative di sinistra. Non dobbiamo “gettare le chiavi”, ma creare le condizioni di integrazione e prevenzione dei conflitti che ci permettano di avere una giustizia finalmente efficace perché mirata alla neutralizzazione dei reati che realmente offendono beni giuridici meritevoli di tutela. Quando tali strumenti non dovessero dimostrarsi idonei ad evitare la commissione di crimini, l’unico intervento statuale legittimo potrà essere quello della sanzione penale non disumana e tendente al cosiddetto “reinserimento sociale” del reo; tale strumento è rappresentato non certo dal fine pena mai quanto piuttosto nelle misure alternative perché le statistiche ci dicono che il tasso di recidività è di quattro volte superiore per chi esce dal carcere rispetto a chi ha terminato una misura alternativa. E i numeri sono parziali indicatori di una tendenza che deve farci riflettere.

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Il carcere visto da dentro

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