All'Onu la via italiana all'immigrazione, Il Manifesto, 16/9/06

All'Onu la via italiana all'immigrazione
Il ministro Ferrero a New York: corsi di formazione nei paesi d'origine, sponsor e mobilità sul lavoro
Gianna Pontecorboli
New York
Corsi di formazione nei paesi d'origine, permessi di soggiorno legati a uno sponsor, possibilità di passare da un posto di lavoro all'altro. Queste alcune delle idee che il ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero ha portato ieri al vertice sull'immigrazione organizzato dall'Onu. «Quello delle migrazioni è un problema epocale che non può essere trattato nè come un problema minore né come un problema degli stati nazionalità», ha spiegato il ministro.
Voluto da Kofi Annan e organizzato su richiesta dell'Assemblea generale, il summit è partito dal desiderio di trovare le soluzioni giuste per trasformare i movimenti migratori in occasioni di sviluppo economico sia per i paesi d'origine che per quelli d'arrivo. «Nessuno può negare che le migrazioni internazionali abbiano degli aspetti negativi: traffico umano, contrabbando, tensioni sociali, o il fatto che spesso nascano da povertà o contrasti politici», ha spiegato Kofi Annan nel suo discorso d'apertura, «ma i governi nazionali cominciano ora a vedere le migrazioni internazionali attraverso il prisma delle opportunità invece che della paura». Proprio in questa ottica, Ferrero ha colto l'occasione, nel discorso pronunciato ieri mattina, per illustrare le linee che guideranno l'azione del nuovo governo sul tema dell'immigrazione.
Innanzitutto, ha spiegato, ci sarà la necessità di modificare in tempi brevi la legge Bossi-Fini, che non ha impedito l'immigrazione ma l'ha resa ancora più illegale di prima. In Italia, secondo le stime, l'80% dei lavoratori stranieri viene dall'illegalità e le norme volute dal governo Berlusconi, con la loro lentezza e burocraticità, non servono a sanare la situazione. Un imprenditore che chieda all'ufficio postale il permesso di assumere un lavoratore straniero rischia di dover attendere anche un anno prima che tutte le pratiche siano completate, un tempo inaccettabile per qualunque azienda. E nessuna famiglia assumerebbe mai una badante senza averla neppure vista in faccia.
«Nel 2001 abbiamo regolarizzato con la sanatoria 700 mila irregolari e ora ne abbiamo altrettanti», osserva il ministro. Adesso sarà necessario trovare soluzioni che tengano in considerazione tutta una serie di elementi diversi. Secondo il ministro una soluzione potrebbe venire dall'istituzione di corsi di formazione professionale in cui venga insegnato non solo l'italiano, ma anche le capacità professionali richieste dal mercato. Dell'idea si è già discusso anche con alcuni paesi del Mediterraneo e potrebbe servire per offrire agli imprenditori una fonte sicura di personale preparato e specializzato. In Italia, poi, i nuovi immigrati dovrebbero poter contare, per ottenere il permesso di soggiorno, sulla sponsorizzazione di un organismo riconosciuto, come la Caritas o i sindacati.
Alla sponsorizzazione potrebbe poi aggiungersi la richiesta che i nuovi immigrati abbiano i fondi per mantenersi almeno fino a quando non trovano un lavoro stabile. Tutto questo, tuttavia, andrà valutato secondo le circostanze. Per una badante proveniente da un paese dell'Est europeo e che facilmente può tornare a casa sua dopo un paio di anni di lavoro, per esempio, un visto temporaneo può essere conveniente. Per l'africano giunto clandestinamente su un barcone stracolmo, invece, un visto temporaneo può facilmente trasformarsi in un invito indiretto a tornare nell'illegalità.
«Il muro non funziona», spiega Ferrero, «quello che dobbiamo fare è costruire una rete di relazioni in cui l'immigrante sia inserito». In tempi più lunghi, poi, sarà necessaria una riflessione sulla necessità di fare i conti con le identità collettive. Saranno necessari, insomma, servizi sociali per garantire l'accesso alle scuole e ai servizi sanitari anche ai figli dei clandestini e la mobilità del lavoro anche per chi non parla un italiano perfetto. E soprattutto sarà necessario trovare un sistema che eviti la costruzione di comunità chiuse in se stesse. «Cinque o sette anni per la cittadinanza non fa differenza», dice Ferrero, «quello che è importante è che i nuovi immigrati accettino i principi della democrazia, della libertà e del rispetto di tutti gli individui».
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