Lavorare con gli invisibili > ASSUNTA BORZACCHIELLO, apertura dei lavori

Buongiorno e benvenuti.

Con Sergio Giovagnoli, di Arci Solidarietà, coordineremo i lavori di questa mattina. Sono un operatore penitenziario, ho iniziato il mio percorso professionale nell’amministrazione alla fine degli anni Ottanta. In quegli anni il carcere di Rebibbia, dove Laura iniziò la sua avventura di insegnante volontaria, era un modello cui fare riferimento per dare senso al nostro lavoro. Stamattina, grazie ai contributi che ci verranno da relatori e testimoni, ripercorreremo il clima di quegli anni, le vicende che hanno segnato il carcere in quelli successivi e la situazione attuale delle carceri.

Abbiamo aperto questa giornata dedicata a Laura Lombardo Radice, in occasione dei cento anni dalla nascita, con alcune immagini dello spettacolo teatrale “Antigone”, che si tenne nel carcere di Rebibbia nell’estate del 1984. Abbiamo ascoltato dalla sua voce come iniziò il suo viaggio all’interno del carcere e l’attività di volontaria.

Del suo impegno ci parleranno le testimonianze di coloro che l’hanno conosciuta e con lei hanno collaborato, ed è su questo suo impegno, che ha segnato l’ultima parte della sua vita, che abbiamo costruito il programma di questa mattina.

La storia di Laura, la sua vita, è la storia di una protagonista del Novecento, di una donna “non conforme”, perché vissuta fuori dagli schemi e dalla rigidità del pensiero unico, sia esso politico, filosofico, pratico. Laura poneva domande, scriveva, viveva in un incessante dialogo fatto di dubbi e risposte, intesseva relazioni e agiva in prima persona, autentico era il suo avvicinarsi agli altri, prendersene cura, accogliere il dolore e la fatica, avendo sempre presente la dimensione “politica” delle scelte, delle azioni e straordinaria era la sua instancabile curiosità per la vita che la accompagnò fino alla fine.

“Soltanto una vita”, è la vita di Laura, scritta da Chiara Ingrao, pagine che raccontano Laura da bambina e in tutte le stagioni della vita, Laura professoressa, Laura antifascista, Laura e i suoi amici, Laura che ama scrivere, saggi articoli e tante lettere. “Soltanto una vita” è il titolo giusto per raccontare la vita di una donna straordinaria che forse avrebbe sorriso nel sentirsi definire così.

Laura e il carcere, tra le tante “vite” di Laura, l’impegno di volontaria nel carcere di Rebibbia è stato scelto come filo conduttore per ricordarla. Laura il carcere lo aveva conosciuto molti anni prima. E’ il 1939 quando entra a Regina Coeli per un colloquio con il fratello Lucio, arrestato per antifascismo il 21 dicembre insieme ad Aldo Natoli. Lucio, condannato a quattro anni, fu scarcerato per amnistia nel dicembre 1941. Arrestato una seconda volta il 16 maggio 1943, fu liberato il 26 luglio con la caduta del fascismo. Questo suo primo incontro con la dura realtà del carcere, Laura lo racconta a distanza di molti anni, in un articolo pubblicato da “Paese Sera” il 23 dicembre 1977, riportato da Chiara nel libro “Soltanto una vita”. Lo ricorda con la sua consueta capacità di cronista oggettiva dei fatti e allo stesso tempo come narratrice di emozioni, di ricordi personali che si alimentano anche di rimandi ai classici della letteratura, in quei classici che Laura legge e insegna come preziosi bauli da cui attingere gli strumenti di analisi del presente, amando gli allievi come figli e ancora di più i figli degli operai, “i rifiutati dei licei, oppure i ragazzi più poveri, che avevano fretta di cominciare a lavorare, come me (…) quelli che si alzavano alle 4 o alle 5, per venire a scuola, e arrivavano già stanchi, con due ore di strada alle spalle”, ricorda un suo ex allievo nella testimonianza riportata in “Soltanto una vita”. La dimensione politica è sempre presente in tutto quello che fa, perché per Laura fare politica significa “sporcarsi” le mani per immergersi nella Vita, lottare per rimuovere le ingiustizie sociali, per il diritto all’istruzione, alla cultura, al lavoro, ma in lei non c’è nulla del politico di professione, come i modelli che ci offre oggi la politica attiva. I suoi scritti rimandano a una dimensione di pietas, a una comprensione fenomenologica dell’altro, che non si ferma all’aiuto concreto verso il singolo. La sua testimonianza è quella di una donna che lotta per il cambiamento della società, con i suoi compagni di partito, con le donne e per le donne, per gli ultimi, per gli ultimi degli ultimi come, appunto, farà quando si dedicherà al volontariato nel carcere di Rebibbia.  

E’ la vigilia di Natale del ’39 quando Laura è in via della Penitenza in fila per consegnare il pacco che ha preparato per Lucio che è detenuto nel carcere di Regina Coeli. Il pacco, accompagnato dalla lista dei generi contenuti, sarebbe arrivato a destinazione dopo aver superato i controlli e Laura aspetta il suo turno in via della Penitenza: “La fila mi offriva un panorama quasi cinematografico, di figure umane e di inquadrature. Era accompagnata ai margini da panchetti improvvisati dove sedevano gli ‘scrivani’: molti dei parenti dei carcerati erano allora, forse sono ancora oggi, semianalfabeti o analfabeti e si facevano scrivere la ‘lista’ di ciò che avevano portato da questi scrivani”. Mentre è in fila, Laura osserva ascolta parla con i familiari dei carcerati, tra questi, ricorda: “c’era un’altra figura, una figura che allora mi colpì enormemente come una tragica immagine, quasi alla Victor Hugo, della città sotterranea: era un uomo dagli occhi un po’ bovini, dalla espressione resa truce da una strana distorsione della testa: mi sembrò allora quasi l’emblema dei bassifondi romani, da cui emergesse il vizio e la colpa. Ero ancora su un piano letterario nei miei rapporti coi ‘bassifondi’; non molto tempo dopo incontrai quest’uomo dalle spalle distorte, dallo sguardo bieco, mentre portava sulle spalle un enorme armadio: era in realtà semplicemente un facchino di un negozio di mobili a cui la posizione faticosa e innaturale del trasportare pesi aveva storto le spalle, storto anche lo sguardo e perfino la bocca e gli aveva dato quell’aspetto, quell’espressione che io avevo interpretato come immagine di una bieca realtà subumana”.

Quell’incontro, avvenuto la vigilia di Natale del 1939, è l’inizio di un percorso che approderà, nel 1984, nel carcere di Rebibbia, dove va in scena lo spettacolo “Antigone” messo in scena dai suoi “assassinetti”, come amava chiamarli, ma senza indulgere al pietismo e alla tentazione della buona samaritana. Infaticabile, lucida, caparbia, aveva iniziato un’altra battaglia per la difesa dei diritti, con il suo sguardo mai contemplativo o di parte. “Ho passato molti Natali di carattere patriarcale, ho comperato infinitudini di giocattolini, di dolcetti, di pasticcini, e ho organizzato cene familiari laboriose quanto imposte dalla volontà di uno stuolo di familiari, ma il volto della città natalizia è rimasto per me ancora oggi la strana maschera, il velo variopinto gettato sopra quell’altra città, quella città che ho imparato a conoscere nel dicembre del ’39 in Vicolo della Penitenza. A tutti quelli che allora, più tardi ed oggi, per un motivo o per l’altro, per motivi ignobili o nobili, per  illusioni, per follie, per disperazioni, per calcolo, sono finiti o finiranno in quelle zone, per tutti coloro quel mio ricordo vuole essere un’unica, modesta, ingenua immagine di solidarietà.”

Il carcere nel quale è detenuto Lucio Lombardi Radice è Regina Coeli su via della Lungara, il carcere storico romano. Basterebbe scrivere la storia di chi ha salito quei tre scalini per raccontare un pezzo di storia della vita di tutti noi. E la storia di quel pezzo di vita l’hanno raccontata molti dei protagonisti, molti di questi erano amici fraterni e compagni di lotta di Laura, che hanno conosciuto la brutalità della detenzione sotto il regime fascista e durante l’occupazione tedesca. Vecchi libri, con le pagine ingiallite e rese fragili dal tempo, riportano alle memoria storie dimenticate, vite che hanno scritto la storia della Repubblica. In uno di questi libri è scritta la storia che racconto: ‘Umanità ed eroismo nella vita segreta di Regina Coeli’, di Amedeo Strazzera-Perniciani, stampato a Roma il 10 febbraio 1946.  Vale la pena ricordarlo perché una delle testimonianze più forti della vita “segreta” di regina Coeli negli anni in cui Lucio e tanti altri sono stati torturati e condannati per attività antifascista e che ci fa meglio comprendere cosa accadeva in quelle mura mentre Laura era là fuori, in attesa di consegnare quel pacco la vigilia di Natale e in tutti quei giorni che seguirono durante i quali c’era chi veniva torturato e imprigionato,   chi lottava per liberare l’Italia dalla dittatura, dall’occupazione tedesca e per scrivere il nostro futuro. 

Amedeo Strazzera-Perniciani, all’indomani della Liberazione di Roma, avvenuta nel giugno del 1945, in questo libro racconta della difficile missione che gli era stata affidata nel gennaio 1942 dal Procuratore del Re Gabriele Volpe che lo aveva nominato presidente della Commissione Visitatrice e di assistenza ai carcerati, attività svolta fino a giugno del 1944, giorno della Liberazione di Roma. Il suo scopo  fu di “strappare  alla morte od alla deportazione (che era poi il primo passo verso la morte) dei detenuti, cercando di farli evadere o almeno immobilizzandoli nei letti dell’infermeria e degli ospedali”, scriveva nella prefazione il generale Roberto Bencivenga, ricordando anche che “è doveroso dire, qui, pure della collaborazione, che in quest’opera, diedero i funzionari della polizia e delle carceri che presero subito posizione, dopo l’8 settembre, per la causa patriottica”. Già componente della Commissione visitatrice, fino all’assunzione della carica di presidente, Strazzera-Perniciani svolse nel primo periodo un’attività puramente caritatevole, portando conforto ai carcerati e ai loro familiari, distribuendo pacchi viveri e parole di speranza. Ma è con la firma dell’armistizio, l’8 settembre del 43, che segnò la fine della guerra, ma anche l’occupazione nazifascista di Roma, che l’attività di Strazzera-Perniciani assunse un ruolo fondamentale nella lotta di Liberazione.  Dopo il 25 luglio del ‘43, data che segna la caduta di Mussolini decisa nella seduta del Gran Consiglio, si istituisce il governo Badoglio e approdano nel carcere gli esponenti della classe dirigente del governo fascista, gerarchi, prefetti, giornalisti. Dopo l’Armistizio dell’8 settembre Roma è occupata nuovamente dai nazifascisti e le celle di Regina Coeli si svuotano dei gerarchi fascisti per far posto a coloro che il fascismo lo combattono tra le file del Partito d’Azione, del Partito Comunista, della Democrazia Cristiana, ma anche madri e padri di famiglia, preti, studenti, ebrei, operai e rampolli di famiglie aristocratiche che seppero trovare nell’idea della libertà la ragione comune per rischiare la propria vita e lottare per la libertà.

Il presidente della Commissione Visitatrice ascolta i racconti di prigionieri che hanno preso parte al Fronte di Liberazione Clandestino e provengono dagli interrogatori condotti dai nazisti e dai fascisti. A Roma gli uomini della Gestapo effettuavano  gli interrogatori nell’edificio di via Tasso, dato in affitto dal principe Francesco Ruspoli all’Ambasciata germanica in Italia. Adibito in parte a caserma, ad alloggi per ufficiali e a depositi, per la restante parte si trasformò in spettrale luogo di detenzione e di interrogatori di antifascisti o di sospettati di svolgere attività antifascista. Gli interrogatori iniziavano con i pestaggi e si continuava con le bruciature delle sigarette, lo strappamento delle unghie, fratture ossee. Ridotti in condizioni pietose, feriti nel corpo e mortificati nello spirito, i prigionieri venivano rinchiusi in celle minuscole e senza finestre, ammassati come bestie, in attesa della condanna o del trasferimento a Regina Coeli, nel famigerato terzo braccio, controllato dal comando tedesco, oppure al sesto braccio, riservato ai prigionieri politici a disposizione del governo fascista. Strazzera-Perniciani strinse rapporti con Emilio Lussu, capo del Partito d’Azione e rappresentante del Fronte Clandestino di Liberazione che gli chiese di portare notizie ai detenuti politici, di mantenere i contatti tra i prigionieri le sbarre e i partigiani che lottano fuori, la rete è fondamentale per assicurare continuità alla lotta, per proteggere coloro che combattono per la libertà fuori e per salvare dalla deportazione o dalla morte chi è in carcere. Con il generale Roberto Bencivenga, capo dei gruppi militari clandestini di Roma e con i capi di altri partiti, si decise di mettere in atto ogni mezzo per sottrarre vittime ai tedeschi, sostenuto anche dall’incontro avuto da Strazzera-Perniciani con Ettore Casati, Primo presidente della Corte Suprema di Cassazione, che, prima di partire per il sud per entrare a far parte del governo Badoglio, si era dichiarato, riporta l’autore “lieto di mettere la propria opera e quella della magistratura italiana al servizio della Patria, per il trionfo della giustizia e della libertà”. Nel frattempo Strazzera-Perniciani intensificò i contatti con le autorità amministrative e giudiziarie. Ad esempio, il commissario capo di P.S. addetto al gabinetto della questura di Roma, Alberto Ripandelli, favorì  la richiesta di sollecitare i provvedimenti di scarcerazione di detenuti da lunga durata, non responsabili di reati, il commissario di P.S. Federico D’Amato, dirigente del carcere di S. Gregorio al Celio, segnalava  invece l’entrata in carcere dei detenuti politici riferendo loro, su indicazioni dello stesso Strazzera-Perniciani, il comportamento da tenere durante gli interrogatori. Tra i detenuti che prendono aria nel cortile del carcere, nelle sue quotidiane visite a Regina Coeli, Strazzera-Perniciani conosce Sandro Pertini, Stefano Siglienti, Giuseppe Saragat, che lo pregano di portare notizie alle loro famiglie e tranquillizzarle. Pertini e Saragat erano stati arrestati il 18 ottobre 1943 dalla polizia fascista, incriminati di attività antifascista su vasta scala in Italia e all’estero. Condotti a Regina Coeli, sono assegnati prima al sesto braccio, quello dei comuni e poi al terzo, dove sono imprigionati i politi sotto la sorveglianza dalla polizia tedesca. Strazzera-Perniciani li incontra il 10 dicembre, durante l’ora d’aria, qui incontra anche Leone Ginzburg “dottore in lettere”, di corporatura alta e robusta, appartenente all’esecutivo del Partito d’Azione, marito di Natalia, e padre di tre bambine e Carlo Muscetta, critico letterario, arrestati il 20 novembre 1943, nella tipografia “Macta” in via Basento dove si pubblicava il foglio clandestino “Italia libera”. Insieme a Ginzburg furono tratti in arresto scrittori, redattori e operai appartenenti al Fronte Clandestino di Resistenza. Tutti gli arrestati erano stati condotti all’ufficio politico della Questura dove furono sottoposti a interrogatori con le solite modalità e infine inviati a Regina Coeli, al sesto braccio, dove restarono a disposizione dell’ufficio politico. Trasferiti al terzo braccio, appaiono preoccupati per la loro sorte. Strazzera-Perniciani dà loro indicazioni per fingersi malati e ottenere il momentaneo trasferimento in infermeria. Pur consapevole di correre gravissimi rischi personali, non si sottrae all’imperativo morale di curare i rapporti tra i detenuti e il mondo esterno. Spesso suggerisce di ricorrere a iniezioni che provocano febbri altissime per consentire a molti detenuti di trovare rifugio in infermeria e sfuggire così agli interrogatori o alla deportazione. Le mogli di Leone Ginzburg e di Carlo Muscetta, Natalia e Lucia, si rivolgono accorate a Strazzera-Perniciani per affidargli la sorte dei due uomini. Il presidente promette che si occuperà di loro e si attiva per evitare che essi vengano prelevati e trasferiti in Germania. Leone Ginzburg morirà il 5 febbraio 1944, alle otto e mezza del mattino, nell’infermeria di Regina Coeli per colecistite acuta e paralisi cardiaca, il giorno dopo la violazione dell’extra territorialità della basilica di San Paolo da parte del questore Pietro Caruso. La moglie e le figlie di Leone Ginzburg non possono partecipare ai funerali perché ebree, Natalia, grazie all’interessamento della Commissione Visitatrice, riesce a vedere la salma che riceve gli onori e viene tumulata nel cimitero del Verano.

Tra le pagine del libro di Strazzera-Perniciani si scopre un carcere terribile, ma anche umano, che sfata molti luoghi comuni di chi vuole le autorità carcerarie dalla parte degli oppressori, causa di pregiudizi e isterie che portarono alla tragica fine di Ferdinando Carretta, il direttore di Regina Coeli, giunto a Roma dopo che un bombardamento aveva quasi distrutto il carcere di Civitavecchia. Strazzera-Perniciani, durante la sua missione, fa appello alla generosità di Carretta, alle suore che lavorano nell’infermeria, ai medici del carcere, agli agenti di custodia che sfidano la feroce reazione nazifascista e lo agevolano nei suoi incontri con i politici. Carretta, che Strazzera-Perniciani ricorda per il coraggio con cui aveva aderito alla richiesta di stabilire contatti e per segnalare detenuti politici da assistere e da agevolare durante la prigionia, aveva preso parte anche a una riunione  insieme ad Emilio Lussu per stabilire come fare avvenire la scarcerazione di tutti i detenuti politici di Regina Coeli, appena si fosse presentata la condizione favorevole. Donato Carretta, vittima dell’isteria della folla che gli attribuì ingiustamente la responsabilità di collaborazionista nella scelta dei nomi dei prigionieri che furono inviati alle Fosse Ardeatine, fu linciato dalla folla durante il processo a Pietro Caruso, sottoposto a giudizio per avere violato l’extra territorialità della basilica di San Paolo, per avere consegnato ai tedeschi i prigionieri da inviare alle Fosse Ardeatine, per i rastrellamenti, gli interrogatori tramite tortura e altri crimini. Condannato a morte, Caruso verrà fucilato alla schiena al Forte Bravetta il 22 settembre 1944.

I contatti di Strazzera-Perniciani si estendono anche al ministero della Giustizia, dove l’ispettore generale delle carceri addetto alle funzioni ispettive del carcere di Regina Coeli, Guido Marracino e Giuseppe Gibilisco, consigliere di Corte d’Appello, seguono ed assecondano con grande comprensione il movimento della Commissione visitatrice. Un ruolo importante, ricorda l’autore, fu svolto dal personale di custodia del carcere, con a capo il comandante Sebastiano Masia e i sottocapi Cosimo Lintas, Sebastiano Rossi, Antonio Farina, e poi Londolina, Petrangeli Mondelli e altri. E ancora, Strazzera-Perniciani ricorda l’opera delle suore addette alla vigilanza interna del carcere femminile delle Mantellate, il gruppo dei medici di Regina Coeli e delle Mantellate, i dottori Salvatore Scandurra, Paolo Majol, Lorenzo Lorè, Alfredo Monaco, Biagio Urso che collaborarono patriotticamente dando pareri favorevoli al passaggio dalle anguste celle del carcere nell’infermeria e anche nelle cliniche private di Roma.

Finalmente il 4 giugno 1944, vigilia dell’ingresso degli Alleati nella Capitale, arriva l’ordine del C.L.N. di aprire le porte della prigione “e restituire alla libertà ed alla Patria i figli valorosi ed eroici, dopo lunghissimi mesi di pene inenarrabili”. Con l’arrivo degli Americani Strazzera-Perniciani viene nominato reggente del carcere e si trova nella situazione di fronteggiare nuove difficoltà. Dopo il primo sfollamento dovuto alla liberazione dei politici e alla fuga di molti detenuti comuni, Regina Coeli ricomincia ad affollarsi per l’arrivo di numerosi esponenti del passato regime, ma anche di persone arrestate perché trovate in possesso di generi vietati. I nuovi ingressi, ogni giorno, si aggiravano intorno alle duecento unità. Strazzera-Perniciani ancora una volta si attiva presso le autorità americane per sollecitare l’esame delle centinaia di fascicoli consentendo così la liberazione di circa ottocento detenuti.

La vita a Regina Coeli riprende, anche se con innumerevoli difficoltà: mancano i mezzi, il personale, i regolamenti sono espressione del governo dittatoriale, ma Strazzera-Perniciani ha esaurito la sua missione, il 16 novembre 1944 lascia la reggenza della direzione di Regina Coeli. Nelle sue memorie Strazzera-Perniciani, ormai esperto di questioni carcerarie, esprime alcune idee per una riforma carceraria: “La soluzione del problema carcerario potrà, dunque, raggiungere il completo successo se si risolveranno le principali questioni connesse a tale problema: amministrazione carceraria, edilizia, trattamento dei detenuti, regime carcerario, assistenza materiale, morale, sanitaria e spirituale ai detenuti, formazione di un Corpo di Agenti di custodia intelligente, preparato, selezionato, adeguatamente retribuito, moralmente elevato. (...) Ci auguriamo che, elevate le condizioni di vita e di carriera, possano affluire nel Corpo giovani selezionati, capaci di esercitare, nella continuità del contatto col detenuto, una funzione quasi pedagogica, creando nelle carceri un nuovo clima morale, un nuovo modo di sentire, di pensare, di agire. (…) Nel nuovo assetto democratico del Paese, trascurare questa importante questione sociale e giuridica significherebbe abdicare a quelle posizioni di civiltà, che ci competono per antichissima, nobile tradizione”.

In un brano dell’intervista radio, di cui abbiamo ascoltato alcuni passaggi, Laura dice: “Devo dire, con un certo rimorso: finito il fascismo, tutti noi indistintamente che avevamo avuto rapporti col carcere, a cominciare da quelli che l’avevano subìto, dicemmo che bisognava ripensare tutto, rivedere tutto, che ci voleva una riforma. Non fu fatto.  [..] Io stessa, immersa nelle attività di insegnante, nella formazione della mia famiglia, nella lotta politica generale, questo problema in qualche modo l’ho rimosso”.

Queste parole ci riportano a quanto accadde subito dopo la fine della guerra, quando la questione carceraria si pose all’attenzione del Parlamento in tutta la sua gravità e drammaticità. Durante il fascismo le carceri erano servite a imprigionare, torturare e contenere gli antifascisti, ma per tutti, politici e comuni, il regolamento carcerario del 1931 aveva reso ancora più duro il sistema disciplinare, aggravando le condizioni di vita dei detenuti, che il regolamento imponeva di chiamare con il numero di matricola, spogliandoli del nome, per cancellarne, con un atto simbolico, l’identità e la dignità di uomini.

Nel 1949 la Commissione d’inchiesta sulle carceri, promossa nel novembre del 1948, su iniziativa di Pietro Calamandrei, iniziò a percorrere le carceri della Repubblica, nel 1950 presentò le conclusioni proponendo interventi normativi e strutturali per risanare le carceri, in primis la riforma del regolamento del 1931. Ci vorranno 25 anni per riformarlo, il carcere, un numero infinito di disegni e proposte di legge, commissioni, gruppi di studio e finalmente la riforma vide la luce il 25 luglio 1975. Chissà se fu solo un caso che il nuovo ordinamento penitenziario venisse pubblicato in Gazzetta proprio il 25 luglio, la data che segnò la fine del fascismo.

L’impegno di Laura coincide con la grande stagione di cambiamento che investe il mondo delle carceri che, dopo la riforma del 1975, parte proprio dalla casa di reclusione di Rebibbia, in quegli anni diretta da Luigi Turco, che insieme ai suoi collaboratori, come la vice direttrice Maria Pia Frangeamore, e “complice” la sana follia di direttori, magistrati, volontari, educatori, per la prima volta apre le porte del carcere ai cittadini.

Il carcere si apre all’esterno, vengono coniati nuovi e suggestivi slogan per definire questo rinnovato interesse per il carcere, ad esempio liberarsi dalla necessità del carcere… il carcere segue l’onda dei cambiamenti sociali, si chiude e si apre a seconda dei fermenti che attraversano la società. Viene quasi da dire, semplificando al massimo, che il carcere è rimasto un’irrisolta questione, e tutte le volte sembra di dover ricominciare a definire, a distinguere, a trovare soluzioni.

La questione carcere, dagli anni in cui Laura entrò da volontaria a oggi, è rimasta attuale e le emergenze sono sotto gli occhi di tutti.

Questa mattina ascolteremo interventi e riflessioni che, partendo da quella esperienza di 30 anni fa, ci diranno cosa è cambiato da allora a oggi, sia nella vita delle persone private della libertà che nell’esperienza del volontariato, nelle politiche, nelle culture, nella visione del mondo. Ci chiederemo, come Laura, cosa va cambiato e come cambiarlo, e tutto questo si intreccerà con le parole di Laura, che verranno lette dai suoi cinque figli.

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Il carcere visto da dentro

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