Daniele Franceschi e gli altri tremila prigionieri del silenzio

di Susanna Marietti
 
prigionieri-del-silenzioÈ dovuto morire Daniele Franceschi in circostanze non chiare nel carcere francese di Grasse per far ricordare le circa tremila persone prigioniere del silenzio sparse per il mondo. Erano 2.905 gli italiani detenuti all’estero al momento dell’ultima rilevazione effettuata dal Ministero degli Esteri alla fine dello scorso anno. “Prigionieri del silenzio” è l’eloquente nome dell’associazione che disperatamente cerca di portare all’attenzione delle disattente autorità italiane le loro storie.

Più del 35 per cento di esse ci parla di persone non ancora condannate, in attesa di estradizione o di giudizio. Oltre l’80 per cento degli italiani detenuti all’estero si trova in carceri europee, prime tra tutte quelle tedesche che ne ospitano ben 1.079. Seguono le prigioni spagnole (458), quelle francesi (231), belghe (202), del Regno Unito (192) e della Svizzera (131). Negli Stati Uniti troviamo 91 connazionali detenuti, in Venezuela 66, in Perù 58, in Brasile 54, in Colombia 30. Sono30 anche quelli presenti nelle carceri australiane. Tra Asia e Oceania ne troviamo 55.

Fortunatamente non rientrano più nel conteggio Angelo Falcone e Simone Nobili, i due ragazzi rimessi in libertà nel maggio scorso dopo tre anni di detenzione in India con una condanna, poi ribaltata in appello, per detenzione di droga. Ai ragazzi, che hanno sempre negato ogni implicazione, non è stato fornito un traduttore né consentito di chiamare l’Ambasciata italiana. Il padre di Angelo, Giovanni, non si è mai dato per vinto e, dopo aver visto il figlio mangiare riso e lenticchie per mesi e mesi, ha scosso ogni autorità competente affinché si facesse carico del caso.

Ma non tutti sono fortunati al pari di Angelo e Simone, come la vicenda di Franceschi dimostra. E come dimostrano altre storie di cui il nostro difensore civico si è occupato. Quale quella di Simone Renda, il giovane di 34 anni arrestato durante una vacanza messicana e morto tre giorni dopo per un  infarto. In tre giorni non aveva visto né avvocati né quei medici che avrebbero potuto salvargli la vita. O quale quella raccontata dai due anziani genitori di Stefano Furlan, che tempo fa si rivolsero a noi.

Loro figlio era stato arrestato a Quito, in Ecuador, per trasporto di sostanze stupefacenti. Per affrontare storie come queste il difensore civico sta stipulando accordi con vari Paesi, tra cui proprio l’Ecuador. I due coniugi, operai senza troppi mezzi economici, chiedono notizie ai carabinieri e poi all’Ambasciata. Qui viene loro consegnata una lista di avvocati, per i quali però l’Ambasciata avrebbe precisato di non offrire alcuna garanzia. Si rivolgono a un avvocato della lista che sembra non si sia comportato nel migliore dei modi.

Nel frattempo Stefano comincia a pregarli di inviargli continuamente soldi per far fronte alla vita interna, basata interamente sulla corruzione. Dal cibo alle coperte, tutto è a pagamento. I due anziani ricevono via telefonino alcune immagini del congiunto, magrissimo e pieno di escoriazioni. Il figlio telefona loro, implora di continuare a mandare denaro, dice che solo sotto compenso le guardie sono disposte a limitare le loro torture fatte di percosse e scariche elettriche.
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Il carcere visto da dentro

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