Disuguaglianze

di Stefano Anastasia e Fiorentina Barbieri

Sguazza in piscina, e poi si affaccia da un terrazzino vestito solo di una toga “alla romana”: è Angelo Balducci, l’ex-Presidente del Consiglio nazionale dei lavori pubblici, secondo l’accusa il gran sacerdote della cricca degli appalti pubblici, “il detenuto” cui l’Espresso ha dedicato la copertina la scorsa settimana. Tecnicamente, Balducci è agli arresti domiciliari in attesa di essere rinviato o meno a giudizio e/o che decadano (o meno) le esigenze cautelari che ne limitano la libertà in vista del processo. Ma il domicilio è il domicilio, e ognuno fa come può. Le disuguaglianze, fuori dal carcere, tornano a essere visibili: Balducci in piscina, a Montepulciano; altri a pestarsi i piedi in appartamenti poco più grandi delle celle che li hanno ospitati fino a ieri. Il problema è Balducci? No, il problema sono le disuguaglianze che rendono così diversi gli arresti domiciliari di un ricco e potente signore dalla claustrofobica detenzione in casa di un povero Cristo qualsiasi.
E, tra i dettagli delle eccezioni alla regola, si nasconde il diavolo della disuguaglianza che mina dall’interno l’efficacia del disegno di legge sulla detenzione domiciliare approvato dalla Camera e che in autunno sarà all’esame del Senato, salvo che il Governo – un po’ propagandisticamente – non voglia trasformarlo in un decreto-legge ferragostano. Dei potenziali 12mila detenuti definitivi sotto l’anno di pena, sì e no duemila potranno usufruirne: preclusioni per titolo di reato e per etichettatura soggettiva si sommano alla (in)disponibilità di un domicilio, e alla sua improbabile “idoneità” allo scopo.
Peccato, perché nelle carceri il personale, in attesa di qualsiasi cosa che possa alleggerirne il carico, ci spera da tempo: da vari mesi i più attenti preparano proiezioni e applicazioni simulate. E’ l’unica cosa che possono fare – man mano che cresce la popolazione detenuta, i fondi per le strutture ed il personale si restringono invece che aumentare - per dare una qualche soluzione al degrado degli ambienti e alla disperazione che monta tra i detenuti. Hanno aperto sprazzi di speranza, non solo - purtroppo - tra quelli che realmente potrebbero beneficiarne.
L’altro giorno, in un carcere romano, un detenuto ci ha chiesto chiarimenti in merito, compitando con un dito i suoi calcoli scritti su una mano, poi, girato l’angolo, abbiamo sorpreso un educatore che anche lui stava mentalmente (lavoro intellettuale, non sulla mano!) conteggiando i mesi di un detenuto che ha in assegnazione per capire se e quando potrebbe avere i domiciliari. «Scusi, ma quanti uscirebbero da qui, eventualmente?» – abbiamo chiesto -. «Una trentina, pare», su 1700 circa. Sic! Altro che Balducci e la sua villa con piscina!

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Il carcere visto da dentro

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