La schizofrenica certezza della pena

Di Alessio Scandurra
Il Manifesto 12.05.2010

Come era prevedibile, hanno trovato l’accordo. Il fuoco amico rischiava di neutralizzare l’unica iniziativa del governo per affrontare da subito l’emergenza carceri. Il paese dalle carceri più sovraffollate d’Europa, il cui governo ha dichiarato per il 2010 lo stato di emergenza nazionale per il sovraffollamento, rischiava di restare nuovamente incantato davanti agli specchietti securitari della Lega, mentre in carcere si muore e il caldo estivo si avvicina. Il tutto in attesa del fantomatico piano di edilizia penitenziaria del commissario straordinario Franco Ionta, per il quale mancano i soldi e orami soprattutto il tempo. E invece l’accordo è stato trovato, svuotando però ulteriormente un provvedimento dall’efficacia già piuttosto modesta. Le modifiche mirano anzitutto a restituire ai magistrati di sorveglianza quella discrezionalità che difficilmente gli si poteva togliere con legge ordinaria e che verosimilmente si sarebbero ripresa tramite ricorso alla Corte Costituzionale. 
Gli emendamenti governativi accentuano però soprattutto la natura schizofrenica del provvedimento, che vorrebbe contenere il sovraffollamento, ma che ha paura delle alternative al carcere. Già stupiva infatti che un disegno di legge mirato a contenere il sovraffollamento prevedesse un notevole innalzamento delle pene per il reato di evasione e che introducesse nuovi ed ulteriori ostacoli alla concessione dell’affidamento in prova ai servizi sociali, la misura alternativa al carcere più diffusa. Oggi scopriamo che il governo vuole introdurre nel codice penale anche una nuova aggravante, per chi commette un delitto nel periodo in cui scontava la propria pena in misura alternativa.
L’impatto di questa nuova aggravante sarà verosimilmente modesto, dato che da anni i reati commessi durante l’esecuzione di una misura alternativa riguardano meno dello 1% delle misure in corso, ma siamo davanti all’ennesimo segnale di diffidenza verso le alternative al carcere. E così le pene alternative, che garantiscono tassi di recidiva molto più bassi dell’esecuzione della pena in carcere, e che costano molto meno, continuano ad essere viste come una minaccia alla sicurezza collettiva e come uno schiaffo alla certezza della pena. Ma anche in galera la certezza del diritto non c’è più. Il fine rieducativo della pena, previsto dalla legge, è una favola a cui nessuno più crede, tanto che gli emendamenti governativi prevedono, per uno tra i paesi europei con più polizia penitenziaria, e quello con in assoluto meno personale trattamentale, misure per facilitare l’entrata in servizio di nuovo personale di polizia, da realizzarsi peraltro a costo zero, abbreviando il periodo di formazione. Che in un contesto simile non si riescano a garantire, come sarebbe obbligatorio per legge, i diritti più elementari delle persone detenute, come il caso Cucchi ed altri analoghi ci hanno purtroppo insegnato, scandalizza pochi, e non sorprende nessuno.
A proposito del caso di Stefano Cucchi, questo provvedimento non avrebbe evitato il carcere ad un ragazzo trovato a passeggiare in un parco con pochi grammi di hascisc in tasca, né impedirà l’attuale ingresso in carcere di oltre 25.000 tossicodipendenti l’anno, più di quanti ne entrano in tutte le comunità terapeutiche del paese. È dunque questa la certezza della pena che piace al governo?
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Il carcere visto da dentro

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