Parole di parte civile

di Stefano Anastasia

La condotta del personale sanitario del Reparto di Medicina protetta dell’Ospedale Pertini di Roma, certamente censurabile – e non solo sotto il profilo deontologico – per i «gravi elementi di negligenza, imperizia e imprudenza, tanto nelle fasi diagnostiche quanto nelle più elementari regole di accortezza del monitoraggio clinico e strumentale, oltre che nell’assistenza stessa», non basta a spiegare la morte di Stefano Cucchi.

Secondo i periti di parte civile, quella morte «è addebitabile ad un quadro di edema polmonare acuto in soggetto politraumatizzato e immobilizzato, affetto da insufficienza di circolo sostenuta da una condizione di progressiva insufficienza cardiaca su base aritmica …, intimamente correlata all’evento traumatico occorso e al progressivo scadimento delle condizioni generali». L’evento traumatico può essere addirittura collocato «con elevata probabilità logica e scientifica in un ben preciso arco temporale, … tra le 13.00 e le 14:05 del giorno 16 ottobre 2009», quando cioè Cucchi era detenuto nelle celle di transito del Tribunale di Roma, in attesa di essere riportato in carcere dopo l’udienza di convalida del suo arresto. Questo è quanto reso noto ieri in una conferenza stampa cui hanno partecipato, con periti e legali di parte civile, la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, Luigi Manconi e i parlamentari del Comitato per la verità su Stefano Cucchi.
Ci fu violenza sul corpo di Stefano; avvenne nel Palazzo di giustizia, a opera delle persone cui la sua persona - e quindi il suo corpo e la sua vita - era istituzionalmente affidata. Lo scandalo di quella morte torna dunque alla casella di partenza: la malasanità si è solo aggiunta alla malagiustizia, in una spirale di degrado di funzioni pubbliche così importanti da far dubitare della lealtà istituzionale delle persone che vi sono preposte.
In questi giorni, alcune sigle sindacali della polizia penitenziaria si stanno meritoriamente distinguendo per la denuncia delle condizioni di sovraffollamento in cui avvengono i troppo frequenti suicidi dei detenuti. Intanto, però, un pubblico ministero alza le braccia e, denunciando il clima omertoso che vige nel carcere di Teramo, chiede l’archiviazione della denuncia delle violenze subite dal detenuto che avrebbe dovuto essere massacrato “di sotto”, non in sezione, non davanti “al negretto” che avrebbe potuto testimoniare, se non fosse stato ucciso – nel frattempo – da un tumore mai diagnosticato.
La verità sulle morti e sulle violenze in condizioni di detenzione sembra sempre impossibile da raggiungere: imbarazzi, reticenze, complicità costruiscono la fitta trama dell’omertà. Ma la verità su quelle morti e su quelle violenze non è solo un debito collettivo nei confronti delle vittime e dei loro cari, ma anche la sola condizione possibile per distinguere le responsabilità personali dalla affidabilità delle istituzioni. Speriamo che le parole “di parte civile” non restino le uniche chiare su episodi che minano la credibilità delle istituzioni giudiziarie e di polizia.
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Il carcere visto da dentro

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