Morte a Venezia, parlano i testimoni, Il Manifesto, 24/06/08

Morte a Venezia, parlano i testimoni
parlano i testimoni Il kurdo iracheno, deceduto domenica per asfissia nel cassone di un tir, sei giorni prima aveva tentato di entrare in laguna
Orsola Casagrande
VENEZIA

Il giovane kurdo iracheno venticinquenne arrivato morto a Venezia, dopo un viaggio dentro a un tir caricato su una nave proveniente dalla Grecia, era stato respinto proprio a Venezia soltanto sei giorni fa. La drammatica circostanza la racconta uno dei compagni di questo viaggio. Perché anche lui aveva già provato ad arrivare a Venezia e con il giovane kurdo era stato rimandato in Grecia. Respinti alla frontiera, senza nemmeno la possibilità di vedere gli operatori del Cir e quindi senza la possibilità di avanzare una richiesta di asilo. Rispediti indietro come pacchi. E non importano le loro storie, i loro drammi. Non valgono nulla. I porti sono ormai inaccessibili a chi come il Cir o le strutture, dove ci sono, del comune voglia portare ai migranti che arrivano le informazioni sull'asilo. A chi, cioè, voglia far rispettare la legge in materia di informazione del profugo. Anzi per questo, per informare i cittadini stranieri che arrivano nel nostro paese, il ministero dell'interno stanzia cifre consistenti. Peccato che poi, nella pratica, chi dovrebbe informare non riesce spesso neppure a vedere i migranti che arrivano. Per questo il servizio del comune di Venezia che si occupa dei rifugiati ha ritirato dal porto i suoi operatori.
Dal canto suo i funzionari della dogana non hanno remore a dichiarare di aver fermato con la collaborazione della polizia di frontiera e della guardia di finanza 27 migranti dal primo giugno. Tutti (probabilmente dicono i funzionari di etnia kurda) sono stati consegnati, dopo l'identificazione, alla polizia di frontiera per il rimpatrio. In un anno i respingimenti al porto di Venezia sono più di un migliaio.
I migranti arrivati domenica dalla Grecia vengono dalla Mauritania, dal Marocco, dall'Iran e dal Kurdistan siriano. Raccontano di averci messo più o meno otto mesi per arrivare nel nostro paese. Lungo una delle rotte tradizionali che dalla Turchia passa in Grecia e quindi in Italia. Nella nave sono entrati a bordo di un tir. Dopo solo otto ore, raccontano i sopravvissuti, era finita l'acqua. Il caldo era soffocante e dentro quel camion i giovani (tutti tra i venti e i trent'anni) sono rimasti per un giorno e una notte. «Il controllo fatto in questo modo alle frontiere induce la gente a fare viaggi sempre più pericolosi», dice Rosanna Marcato, responsabile del servizio pronto intervento sociale del comune che si occupa di profughi, richiedenti asilo e minori stranieri non accompagnati. «I ragazzi giunti a Venezia domenica - aggiunge Marcato - raccontano nei dettagli il loro viaggio. Ormai non ci sono nemmeno più organizzazioni, si tratta di "banditi" senza scrupoli». I ragazzi, tutti, «hanno segni evidenti di percosse. Uno di loro ha il braccio ricoperto di bruciature di sigaretta».
E' stato «convinto» così a pagare altri soldi da uno dei trafficanti. Se prima i profughi pagavano anche somme consistenti per questi viaggi, oggi sono costretti a subire anche le torture e le violenze di chi «gestisce» i loro corpi. I quattro giovani superstiti stanno bene, erano disidratati ma sono stati subito soccorsi. Hanno trovato riparo in uno dei centri gestiti dal comune. Venezia è all'avanguardia in materia di accoglienza ai profughi. Il programma di accoglienza riguarda sia la categoria cosiddetta ordinaria (l'80% dei posti è riservato ai richiedenti asilo, il resto è per persone titolari di protezione sussidiaria o permessi di soggiorno per motivi umanitari) che quella vulnerabile dedicata a persone con particolari fragilità. In totale circa 110 posti divisi in varie strutture. «Il nostro lavoro - aggiunge Marcato - pone l'accento soprattutto sui diritti, ai quali spesso si associano piccoli doveri come lo studio della lingua italiana, la formazione quando è offerta, la socializzazione. Naturalmente c'è grande attenzione al sostegno psicologico delle persone vittime di tortura e abusi». Ma è sul diritto che punta il servizio. Che poi tradotto significa per esempio la «ricostruzione della memoria» e cioè il sostegno al richiedente asilo anche attraverso un lavoro di ricerca che serva a sostenere la sua testimonianza davanti alla commissione. In altre parole il cittadino che chiede asilo viene aiutato a supportare la sua storia con documenti altrimenti difficilmente recuperabili da chi fugge.
Mediamente nei luoghi di accoglienza del comune i rifugiati restano lo stretto necessario, sei mesi gli uomini single, un po' di più le famiglie o le donne con figli. Il progetto è finanziato soltanto al 20% dal comune. Il resto dei finanziamenti vengono dal ministero dell'interno e da progetti europei.
Iscriviti alla newsletter
Acconsento al trattamento dei miei dati personali

Il carcere visto da dentro

Dona il 5x1000
AntigoneCinquePerMille

Sostieni Antigone
con una donazione