Naufragi e reati. Sarebbero loro i nuovi criminali?, meltingpot.org, 07/06/08

Naufragi e reati. Sarebbero loro i nuovi criminali?

Nuovi morti nel canale di Sicilia mentre in Italia si discute dell’introduzione del reato di immigrazione clandestina.

la Libia prepara altre deportazioni, e l’Europa avanza verso i 18 mesi di detenzione nei Cpt.

Ascoltandole alla radio una dietro l’altra o guardando il susseguirsi delle immagini in televisione, le notizie in tema di immigrazione raccontano di un mondo dalle logiche perverse.

Si discute della possibilità e dell’opportunità di introdurre in Italia il reato di immigrazione clandestina.
Alcuni affermano che il delitto esiste già in altri paesi europei senza però dire che lì si tratta di una semplice contravvenzione che non porta in carcere nessuno. Chi tra i membri dei partiti rappresentati in parlamento non lo vorrebbe adduce ragioni esclusivamente legate all’inefficienza o all’inutilità. Ed è già stato violato il principio costituzionale di parità introducendo un’ aggravante costituita dalla condizione personale di irregolarità.

Ormai siamo giunti, letteralmente, all’emanazione di un diritto parallelo che si concretizza anche in un processo speciale per i migranti irregolari in cui si nega l’effettivo esercizio del diritto di difesa e la riserva di giurisdizione sugli atti della polizia limitativi della libertà personale.
Allo stesso modo continuano e vengono ancora istituiti processi per quei pescatori e quegli operatori umanitari che hanno salvato vite umane in mare.

Nel frattempo vengono ritrovati nel Canale di Sicilia dodici cadaveri e salvate dalla morte ventisette persone.
Centinaia i corpi senza vita e senza nome davanti alle coste tunisine. Famiglie in cerca di notizie dei loro cari. Il Canale di Sicilia come un cimitero d’acqua.
Altri due corpi in avanzato stato di decomposizione, di cui uno scoperto tra gli scogli dell’isola di Linosa, parlano di tanti e tanti altri disastri di cui nulla si conosce se non il fatto che da qualche parte, senza sosta, anche in questo momento, continuano ad accadere.

Sarebbero questi i nuovi criminali? Davvero introdurre il reato di immigrazione clandestina potrebbe scoraggiare queste persone dall’andare alla ricerca di una vita che assomigli il più possibile a quella che hanno immaginato per se stessi e per i loro figli?

Ma una terza immagine si aggiunge nella mente e spinge a ragionare più profondamente sulle prime due: migliaia di persone di tutte le età rinchiuse nelle carceri libiche in attesa che la contrattazione, di cui i loro corpi rappresentano la moneta di scambio, definisca i suoi contorni, almeno per il momento. Donne e bambini abusati dalla polizia libica istruita dai gendarmi europei. Se l’Italia pagherà, la Libia li deporterà altrove. Se invece i soldi non arriveranno marciranno ancora nei campi libici e poi, comunque, partiranno altre barche.

E poi c’è l’Europa, quella dei diritti umani. Quella a cui appellarsi quando dal nostro paese partono aerei cargo con a bordo persone ammanettate in viaggio verso le torture delle polizie dei paesi di origine o la loro morte nel deserto; quella che ancora alza la voce, almeno per un momento, malgrado i divieti fascisti di manifestare il proprio dissenso, quella che si interpone, se tra le nostre strade si sgomberano o si bruciano i campi dei Rom.
Ma è quella stessa Europa che si riunisce in comitati segreti composti da burocrati e superpoliziotti, fissando il percorso che a breve potrebbe portare il Parlamento Europeo ad approvare definitivamente una direttiva comunitaria sui ‘rimpatri’ che apre prospettive di deportazione e di internamento ancora peggiori.

Trovando una logica e un incedere cronologico che colleghi tutti questi scenari potremmo raccontare migliaia e migliaia di storie incredibili, sempre in bilico - guardando dalla prospettiva di chi ne stabilisce i percorsi - tra lo spietato calcolo e l’irrazionalità.

Storie di donne e bambini in fuga dalla guerra o dalle persecuzioni etniche o semplicemente di ragazzi stanchi di arrabattarsi per troppo poco e di rinunciare ai sogni e ai progetti. Storie di viaggi lunghissimi in cui lo spazio e il tempo assumono dilatazioni impossibili da comprendere per chi con un solo aereo può volare in meno di un giorno attraversando l’oceano.
Storie in cui molti compagni di viaggio muoiono lungo il cammino, come ‘effetti collaterali’ di un sistema che chiude le porte d’ingresso legale a chi cerca un lavoro e che non lascia altra scelta se non tentare il tutto per tutto e poi, se va bene, una prospettiva di precarietà, clandestinità e sfruttamento.

Mentre i mercanti della sicurezza che speculano sulla paura e sull’ignoranza si sentono sempre più sicuri ed armano di leggi liberticide le polizie per dare la caccia ai migranti, ai "diversi", ai "marginali", dobbiamo reagire con una rinnovata capacità di denuncia, perché i responsabili di queste politiche vergognose, ed i loro complici, anche quelli che praticano una finta opposizione, siano macchiati per sempre dalle scelte che stanno compiendo.
Ma questo non basta ancora.
Occorre promuovere a livello locale, nazionale ed internazionale reti di difesa sociale e legale che siano capaci di intervenire laddove un accordo tra stati, una scelta politica, una decisione di un ente locale, una prassi amministrativa possano negare i diritti fondamentali della persona, a partire dal diritto alla vita ed alla dignità umana, che spettano a tutte le persone quale che sia la condizione di cittadinanza.

E poi, soprattutto, ricordare e ricordarsi che milioni di nuovi cittadini hanno già trasformato i nostri territori e che soprattutto da loro può e deve ripartire un nuovo concetto di vita in comune. Ricordare e ricordarsi che esiste un filo rosso che lega la morte in mare all’internamento nei centri di detenzione e allo sfruttamento della manodopera in nero; un filo che lega le nuove pratiche di xenofobia legittimata alla ricerca del consenso politico attraverso l’emanazione di leggi che porteranno soltanto altra morte e altra emarginazione.

Serve una presenza attiva accanto alle comunità straniere sotto attacco, non solo per i migranti di oggi, ma per difendere la libertà e la sicurezza di tutti, cittadini vecchi e nuovi.

di Alessandra Sciurba e Fulvio Vassallo Paleologo
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Il carcere visto da dentro

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