I cani da guardia della democrazia non stanno abbaiando, di S.Buzzelli, arengario.net, 17/10/07

 

cane da guardia Che i quotidiani abbiano di recente riferito di un memo segreto della Cia sulle tecniche di tortura dei prigionieri è poca cosa, purtroppo davvero poca cosa rispetto a quello che sta succedendo. Nell'aria c'è di più, e prende la forma di un vero e proprio attacco sferrato contro i diritti individuali, contro il potere giudiziario (non genericamente i giudici o la magistratura), quindi contro la società democratica.

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I cani da guardia della democrazia
non stanno abbaiando
di Silvia Buzzelli
 
Che i quotidiani abbiano di recente riferito di un memo segreto della Cia sulle tecniche di tortura dei prigionieri è poca cosa, purtroppo davvero poca cosa rispetto a quello che sta succedendo. Nell'aria c'è di più, e prende la forma di un vero e proprio attacco sferrato contro i diritti individuali, contro il potere giudiziario (non genericamente i giudici o la magistratura), quindi contro la società democratica.

La parola “attacco” è forte e, allora, merita un chiarimento.
E' stata avviata, addirittura ormai si sta portando a termine, una campagna di legittimazione della tortura in nome di uno stato d'emergenza permanente (gran bella contraddizione in termini: l'emergenza è sempre limitata nel tempo e ha cause specifiche). Specialmente con il Military Order del 13 novembre 2001 e con l'Usa Patriot Act (varato dal Senato statunitense il 26 ottobre 2001) si possono violare i diritti; diritti che, stando alle Carte internazionali e alla nostra Costituzione, violabili non sono, primo fra tutti quella garanzia che, a partire dalla Magna Charta Libertatum emanata nel 1215 da re Giovanni Senza Terra, va sotto il nome di habeas corpus:
«nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua... libertà… messo fuori legge, esiliato, molestato in nessuna maniera, e noi non metteremo né faremo mettere la mano su di lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese».

Si può fare invece: in fondo così è stato scritto sulla prima pagina di uno dei giornali italiani più autorevoli (il Corriere della Sera) e per giunta da un docente universitario (Angelo Panebianco) che ha giustificato il ricorso a mezzi inumani e degradanti nei confronti dei terroristi. E stato scritto dunque, e lo scandalo autentico è che, nella Patria di Verri e di Beccaria, nessuno si sia scandalizzato: per l'esattezza ha risposto Gian Carlo Caselli, mentre Magistratura Democratica ha sottoscritto un documento; le solite "toghe rosse", direbbe qualche benpensante, niente di più. Dal canto suo, il Parlamento non ha lanciato segnali, anzi: le proposte per inserire il reato di tortura nel codice penale si sono arenate (a differenza del Belgio che ha, nel 2002, aggiunto ben tre nuovi articoli nel proprio codice penale, configurando un'aggravante quando un fatto di tortura sia commesso da un pubblico ufficiale o da un funzionario o agente della forza pubblica che agisca nell'esercizio delle sue funzioni).

Torturare si può e per legge; non è più uno sporco affare come ai tempi della guerra d'Algeria o come durante la dittatura cilena di Pinochet e dei generali argentini (i quali per evitare le incriminazioni sono stati costretti a introdurre le “leggi sull'obbedienza dovuta” poi dichiarate illegittime). Le tecniche e lo “splendore dei supplizi” tornano ad avere una base legale: non succedeva più dall'Inquisizione, dai processi medioevali contro gli eretici: al loro posto adesso abbiamo gli aliens, gli stranieri nemici combattenti da rinchiudere a Guantanamo, o come detenuti ad alto livello HVD in qualche prigione segreta della Cia in Polonia e Romania. Gli ingredienti delle vicende attuali sono spaventosamente simili a quelli dell'ordinanza firmata dal Maresciallo Keitel, nel dicembre 1941, per avviare in Francia il regime nazista di deportazioni “Notte e nebbia”: «... che i sospettati vengano trasferiti clandestinamente per essere interrogati in Germania…».

Ma non basta. La lesione delle garanzie individuali va di pari passo con il disprezzo per il potere giudiziario che, val la pena di ricordare, continua a essere senza paragone il potere più debole, in difesa del quale debbono adottarsi delle precauzioni per preservarlo dagli attacchi degli altri due poteri: esecutivo (Governo) e legislativo (Parlamento). Parole vecchie, molto vecchie, scritte nel Federalist da Alexander Hamilton che collaborò alla stesura, a fine Settecento, della Costituzione nordamericana.

Quanto saggio fosse Hamilton lo si capisce guardando gli sviluppi del storia che ha per protagonista-vittima Abu Omar, rapito a Milano nel febbraio 2003 da uomini appartenenti alla Cia e ai servizi italiani, poi trasferito con volo segreto in Egitto e torturato. Con il sequestro egli è stato sottratto alla magistratura milanese che stava indagando su di lui per fatti di terrorismo; negando la richiesta di estradizione dei medesimi agenti Cia dagli Usa, il ministro della Giustizia italiano ha impedito ancora alla magistratura di perseguire i possibili responsabili di una sottrazione forzata; coprendo con il segreto di stato l'intera vicenda Abu Omar, il nostro Governo sta cercando (la questione dovrà essere decisa dalla Corte costituzionale) di giustificare sulla base dei «rapporti con gli alleati» la cancellazione del principio di obbligatorietà dell'azione penale che l'art. 112 Costituzione attribuisce al pubblico ministero. Insomma, il potere politico pare davvero sregolato, cioè senza regole: qualche volta insulta pesantemente i magistrati (su Armando Spataro sono state riversate parole irripetibili), qualche altra intralcia le loro indagini sulle condotte illecite dei servizi di intelligence, opponendo poi un segreto di stato che per legge (art. 12 comma 2 legge n. 801 del 1977) non dovrebbe mai coprire fatti eversivi dell'ordine costituzionale: cos'altro sono se non fatti eversivi le gravi violazioni dei diritti dell'uomo?

Insomma, l'intrigo internazionale che ruota intorno al caso Abu Omar e, più in generale, al programma di extraordinary renditions (consegne straordinarie) avviato dalle autorità statunitensi con la collaborazione di «partner europei ufficiali riconducibili ai governi» è allarmante e non solo perché si è creato un sistema statale di rapimenti, voli, detenzioni, maltrattamenti e torture, gestito dai servizi segreti.
E' accaduto: ci sono testimonianze delle vittime e di alcuni componenti, ancora attivi e non, dei servizi segreti, ci sono analisi delle sequenze dei dati internazionali relative alla gestione e alla pianificazione dei voli. E' accaduto, e per rendersene conto basta cliccare sul sito ufficiale del Consiglio d'Europa (www.coe.int) e leggere tutto il materiale del Dossier “Detenzioni segrete”.

Se è così semplice rinvenire la documentazione, amplissima, come mai la nostra stampa, tranne qualche eccezione, in questi anni non ne ha parlato? Ecco qui, pertanto, l'altro motivo d'allarme: la stampa, secondo una bella ed efficace definizione che si trova scritta in tante sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo, è «il cane da guardia della democrazia»; e i cani da guardia, si sa, azzannano o almeno, prima di farlo, abbaiano, abbaiano forte per avvertire del pericolo imminente.
Il sospetto è inquietante: che i cani da guardia italiani si siano addormentati? Qualcuno ha dato loro una polpetta?

Silvia Buzzelli


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  17 ottobre 2007
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