"Io, per un giorno lavavetri al semaforo fra gli insulti", La Repubblica, 29/08/09

Milano, cronista di Repubblica si finge romeno: minacce e quattro euro di mancia
La rabbia degli automobilisti: arrestatelo. Le intimidazioni degli altri disperati

"Io, per un giorno lavavetri al semaforo fra gli insulti"

di SANDRO DE RICCARDIS

MILANO - Compro una spazzola a manico lungo e del detersivo liquido in un supermercato, prendo uno straccio da casa, riempio fino all'orlo una bottiglia di plastica con l'acqua di una fontanella. Infilo un paio di pantaloni di tela lisa e una maglietta nera a maniche corte. Sono pronto. Farò il lavavetri nel traffico di Milano dalle due alle sette del pomeriggio, sarò uno dei seicento disperati ai quali anche il Comune del sindaco Moratti ha deciso di dichiarare guerra. Le auto sfrecciano veloci e mangio la polvere che alzano dall'asfalto, mentre aspetto ai bordi della circonvallazione che il semaforo ritorni rosso.

Sono da mezz'ora in piazzale Lotto, zona semicentrale della città. È la prima tappa. Ripasso con la mente l'accento romeno per il quale mi sono allenato tutta la mattina. Mi sembra non sia male. Scatta il rosso e con la spazzola e la bottiglia scendo sull'asfalto e mi preparo a una specie di partita a scacchi con le auto. Il primo automobilista arriva e si ferma lontano dalla striscia bianca del semaforo. Io mi avvicino, mostro la spazzola, lui all'improvviso accelera e mi supera. Guardo una coppia di giovani fidanzati, mentre mi dirigo da loro allungo la mano per chiedere un'offerta, lui esce sgommando dalla fila, mi dribbla in un attimo, e fugge via. È incredibilmente corto il tempo di un semaforo rosso.

Cerco di prendere ritmo, riesco a pulire un vetro prima da un lato, poi dall'altro e quasi sempre vengo ripagato con lo sguardo duro dell'autista. Non sgancia nulla. Scatta il verde, ritorna il rosso. Scendo di nuovo dal marciapiede e incrocio il viso scuro e pacifico di un filippino. Mi vede e fa no con la testa. Mi avvicino e dice no a bassa voce. Provo a posare la spazzola sul vetro non proprio lindo, lui esplode. "No! No! No!". Urla tre volte, sempre più forte. Diventa rosso, si agita sul sedile, attira gli sguardi di alcuni impiegati in giacca e cravatta che attraversano le strisce pedonali in piena pausa pranzo.


Solo un uomo mi sorride dopo l'ennesimo rifiuto. Mi avvicino, non provo nemmeno a chiedergli di lavare il vetro. "Mi dai una sigaretta?". "Stavo per offrirtela io", dice sorridendo. Sull'asfalto ci saranno 40 gradi, grondo di sudore. Me ne vado dal sole di piazzale Lotto con cinquanta centesimi. Un senegalese mi osserva e senza parlare mi fa capire che appartengo a un mondo lontano persino dal suo.

Cerco l'ombra e finisco sotto il Ponte della Ghisolfa. Le macchine sfrecciano rumorose sopra la mia testa. Sotto il cavalcavia quattro corsie s'intrecciano. Mi fermo lì. "Vetro sporco, amico, vetro sporco", dico a un uomo di una certa età alla guida di una Micra gialla. "Vai a lavorare!", mi urla la moglie. Il marito mi allunga quaranta centesimi. La donna lo insulta, cominciano a litigare furiosamente.

Passa una pattuglia di vigili, mi vede e scompare nel traffico. Due gazzelle dei carabinieri si fermano, due militari mi guardano, poi entrano in un negozio. Altri due vigili, a piedi, appaiono all'angolo e questa volta mi bloccano. "Non puoi restare qui. Non puoi fare quello che fai sotto i nostri occhi! - dicono - . Vai di là, c'è un altro incrocio", dice allargando le braccia. "Arrestatelo!", grida un pensionato sulla porta del bar. Il vigile gli risponde, ma forse parla a se stesso: "Lo arresto e lui domani è di nuovo libero". Mi trattengono per una ventina di minuti, mi chiedono documenti che non ho, poi se ne vanno. Così raccolgo le mie cose e vado un po' più lontano.

Finisco sul grande spiazzo del cimitero Monumentale. Ricomincio il mio lavoro, pulisco i vetri di un paio di macchine e trovo subito un signore che mi svuota tra le mani il portacenere di monete. Sembrano tante. Le conto, ma sono tutte monete da uno e due centesimi. Una miseria, eppure avevo fatto un lavoro accurato sul suo parabrezza. Mi giro e mi accorgo solo ora che alle mie spalle c'è un volto cotto dal sole, con le rughe stampate ovunque, una bocca che si apre e non ha denti. "Qui tu non ci puoi stare", dice e non capisco se sta ridendo o è arrabbiato. Ha, come me, una bottiglia di plastica in una mano e la spazzola nell'altra, una canottiera blu confusa con la sua pelle nera, i pantaloni corti e un paio di vecchi infradito. Potrebbe avere anche ottant'anni.

"Qui ci stiamo da quattro anni. Chi sei? Che vuoi qui? Vattene via". "Lavoriamo tutti - dico - anch'io ho figli da sfamare". Lui dice di non capire, si gira e all'improvviso urla un nome verso il cimitero e appare Costantin. Cammina svelto e storto, piegato su una stampella. Lui non lava i vetri perché ha il corpo martoriato dalla poliomielite. Sembra inciampare a ogni passo, invece come un pendolo ondeggia tra la gamba sana e la stampella, trascinandosi l'altro pezzo di gamba avvolta in un cencio nero. "Da sempre, da quando ero bambino. Sono diventato così per colpa di una iniezione sbagliata". "Non puoi stare qua - dice - C'è già troppa gente. Io, lui, un mio amico. Siamo qui da molto tempo, te l'abbiamo già spiegato, trovati un posto libero. Non decidiamo noi, è così da sempre".

Restare significa insidiare il loro piccolo tesoro. "Ogni giorno guadagno cinquanta euro - confida seduto sul marciapiede - faccio dalle otto alle dodici, poi un'ora il pomeriggio. Mando tutto a casa. Compro casa per i miei genitori e pago i medici per mio fratello più piccolo, che è come me. A me basta vivere tra le baracche del Lorenteggio".

Mentre Costantin parla, la siepe davanti al cimitero si popola di strani personaggi. Appare un uomo che prima confabula con il vecchio senza denti, poi scompare di nuovo in un'auto che parte, se ne va e poi ritorna. Costantin si fida e mi spiega: "C'è una famiglia, un clan, che controlla mezza città. Non solo i semafori, ma anche la prostituzione e se ti trovano dove non devi stare, cacciano la pistola e ti convincono ad ascoltarli, a obbedire come un cane".

Mi sposto verso la stazione Centrale, in viale Lunigiana. Ci sono i binari del tram che separano le due corsie. Vedo due bottiglie di detersivo appoggiate al palo giallo del semaforo, segno e messaggio del territorio occupato. Mi guardo intorno e scorgo, seduti sui binari, altri due romeni. Mi metto al lavoro sulla corsia opposta ed è una nuova carrellata di volti distratti e di insulti. Appoggio la spazzola sulla Fiat Punto di un cinquantenne e lui mette in azione i tergicristalli. Mi colpiscono una mano, mi fanno male.

Mi sposto in seconda fila, e appena mi avvicino, vedo una signora che indica dietro il cane con le zampe sul vetro. L'animale abbaia furioso. "Se tocchi la macchina apro il finestrino", minaccia. Mi blocco subito. Un attimo dopo è già scappata via. Sono da poco passate le sette di sera. Mi siedo in terra. Sono sfinito. Metto la mano in tasca e tiro fuori i soldi. Li conto. Sono quattro euro e sessantasette centesimi.
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