Amato: «L'integrazione è educazione allo stare insieme", Ministero dell'Interno, 11/07/07

Amato: «L'integrazione è educazione allo stare insieme. Riguarda sia chi viene sia chi c’è già»

Il ministro è intervenuto, insieme alla collega olandese dell’Integrazione Ella Vogelaar, al convegno Islam e Integrazione organizzato dal ministero dell’Interno

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Cos’è realmente l’integrazione? Come la si costruisce e conquista, nel nuovo contesto mondiale globalizzato? Cosa può e deve fare a questo scopo una democrazia liberale per dirsi veramente tale? E quale funzione può assolvere la Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione adottata dal Ministero dell’Interno, primo documento in Europa che raccoglie una serie di principi fondamentali comuni di riferimento?

Questi i temi cruciali intorno ai quali si è sviluppato il convegno “Islam e integrazione: iniziative in Italia e nei Paesi Bassi”. Un appuntamento voluto dal ministro dell’Interno per un confronto tra istituzioni italiane e olandesi competenti in materia, rappresentate rispettivamente dal ministro dell’Interno Giuliano Amato e dal ministro dell’Integrazione olandese Ella Vogelaar. Hanno preso parte all’incontro anche esponenti del mondo culturale e scientifico e componenti del Consiglio scientifico che ha elaborato la Carta dei valori, nonchè rappresentanti della Consulta giovanile per il pluralismo religioso e culturale e del mondo dei media olandesi.

La prima sessione del convegno, moderato dal giornalista della Repubblica Vladimiro Polchi è stata dedicata proprio alle riflessioni sui concetti di integrazione, individualità e diversità, sulla necessità di nuovi approcci per governare l’eterogeneità delle nostre società con etnie che esprimono storie, culture e religioni diverse, e sul ruolo che può giocare nel processo di integrazione, anche europeo, la Carta dei valori italiana.

Aperta dal saluto del ministro olandese, che ha subito introdotto i temi sottolineando come sia acceso il confronto su come dare forma ad una nuova società multiculturale, la prima parte del dibattito è stata incentrata dal ministro Amato su una premessa concettuale ribadita in altre occasioni: ricordare sempre che le differenze sono il più delle volte dovute a motivi di carattere storico-culturale e non religioso.
Ad esempio, alcuni atteggiamenti propri di mentalità diffuse in alcune aree dell’Italia e del mondo, ha sottolineato Amato, come la “monarchia del pater familias sul coniuge, consentita in Italia dal diritto di famiglia fino al 1975”, sono da ascriversi a retaggi culturali, e non al credo di appartenenza, ragione per cui “è importante non imputare a Dio ciò che deve essere imputato agli uomini”.

Su questo e su altri due presupposti essenziali si basa la Carta dei valori, ha proseguito il ministro. In primo luogo, il rispetto dell’individualità, che deve farci sempre ricordare che l’”altro” da noi non fa parte di un “blocco separato”.
Questo vale soprattutto nei confronti di una realtà variegata come l’Islam, “parola singolare che ha in sé un plurale molto più plurale del cattolicesimo, in termini di differenze religiose”. Varietà spesso non percepita a livello sociale, anche a causa della scarsa conoscenza reciproca, abitudine culturale all’apertura molto diffusa nell’Italia dei secoli passati – si pensi alle numerose traduzioni di testi letterari arabi – ed oggi un po’ persa.
L’immigrato è una persona, i cui diritti fondamentali e universali vanno riconosciuti e rispettati. Proprio questi diritti sono rispecchiati nei principi fondamentali della nostra Costituzione, su cui la Carta dei valori si basa, e per il loro riconoscimento passa l’integrazione.

“Noi dobbiamo imparare a integrare ma altri devono accettare le regole fondamentali della nostra civiltà, entrando a farne parte”, ha sottolineato Amato.

Secondo presupposto fondamentale recepito nella Carta, è, secondo il ministro dell’Interno, la necessità di accettare le diversità etniche, religiose, sessuali e politiche, anche se ciò richiede la non facile ricerca di principi condivisi. Proprio per questo, ha ricordato Amato, le tematiche più difficili toccate dalla Carta dei valori sono state affrontate in stretta collaborazione con rappresentanti delle comunità culturali e religiose, tanto che il passaggio in cui si afferma che l’Italia non obietta nulla al velo che copre il capo, ma rifiuta il burqua perchè lesivo della dignità della donna e ostacolo ai suoi rapporti con gli altri, è stato dettato dalle donne musulmane che hanno preso parte alla stesura del documento.
Non sia “un conflitto religioso quello che è un conflitto tra culture, l’integrazione passa anche da qua”, ha ribadito il ministro.

La Carta, dunque, costituisce la base per un lavoro comune che non coinvolge solo le istituzioni ma tutta la società, le diverse comunità di aggregazione, sia di immigrati che di cittadini italiani - come, ad esempio, le parrocchie – la scuola, il mondo del lavoro. Si intende fare della Carta, insomma, un presupposto e uno strumento per conquistare di nuovo quella “contaminatio felix” tra diverse comunità culturali che ha reso grandi e forti le città italiane nella storia.

La Carta dei valori può assumere la funzione di riferimento teorico anche secondo Khaled Fouad Allam, deputato, docente universitario e componente del Consiglio scientifico che ha lavorato al documento, intervenuto al convegno.
Servono infatti, secondo Allam, nuovi paradigmi per trovare, a livello di governance, un nuovo modello di convivenza e risolvere, al contempo, il principale problema dell’Islam in Europa, ossia la spaccatura tra identità religiosa e identità culturale dovuta al fatto che esso si trova oggi a vivere in un contesto mondiale globalizzato, non più legato a cultura e territorio come nel passato.
Questo fa vivere soprattutto ai giovani una forte crisi d’identità, che può spingerli verso il fondamentalismo e poi il terrorismo. Una buona idea sarebbe, ha proposto Allam, la realizzazione da parte dell’Unesco di una “mappa” dei siti storici ed archeologici dell’Islam in Europa, per offrire, soprattutto ai ragazzi, dei riferimenti identitari.
E’ importante, insomma, lavorare nell’ambito della cittadinanza, che presuppone il senso di appartenenza.

Sugli stessi concetti si è mosso, in linea di principio, anche il sociologo iraniano-olandese Shervin Nekuee, che, partendo dalla presa d’atto che l’Europa sta cambaindo con l’arrivo dei flussi migratori e sta quindi cercando nuovi equilibri, ha riconosciuto nella Carta dei valori italiana un primo importante passo in questo senso, poichè indica cos’è l’Italia e da cosa viene, e, soprattutto, cosa possono attendersi i nuovi arrivati e cosa possono i cittadini italiani aspettarsi da loro.

Il riconoscimento e il rispetto condivisi dei diritti fondamentali dell’individuo sono, in ultima analisi, alla base dell’integrazione, com’è emerso dagli interventi e come ha ribadito il ministro Amato a conclusione della prima sessione del convegno.
E’ necessario “accentuare la capacità di conoscenza reciproca”, per vincere quella paura del diverso che, soprattutto nei confronti dell’Islam in tempi di terrorismo, sta prendendo il sopravvento nei toni del dibattito sull’integrazione.

Il ministro, concludendo sulla Carta dei valori come “strumento di inclusione, e non di esclusione, se non di coloro che non accettano i diritti fondamentali dell’individuo di valore universale”, ha anche risposto ad alcune domande sul finanziamento delle moschee presenti in Italia e sull’opportunità di “mapparle”.
Il problema del terrorismo, che ha contribuito in larga parte ad accentuare in Europa la paura delle diversità, richiede di essere affrontato anche garantendo la trasparenza, ha osservato Amato, e perciò è importante sapere da dove provengono i finanziamenti alle moschee e chi sono e cosa fanno gli Imam. A questo proposito, è in ballo, tra l’altro, una proposta di legge presentata dallo stesso Fouad Allam per una sorta di classificazione degli Imam operanti sul territorio italiano, dal momento che oggi questa figura assolve molteplici funzioni, come quella di mediatore culturale e, a volte, anche di assistente sociale.

Nella stessa ottica sembra volersi muovere l’Olanda, che vive, secondo quanto ha affermato il ministro dell’Integrazione Vogelaar, un momento di stallo nel processo di integrazione anche a causa della sempre più frequente associazione tra Islam, radicalismo e terrorismo. Proprio per debellare i pregiudizi e lavorare all’integrazione, l’Olanda intende lanciare l’anno prossimo, che sarà l’Anno del dialogo interculturale, una serie di iniziative per coinvolgere tute le fasce e i contesti della società, non solo quelli raggiunti dai media, nella costruzione di una società realmente multiculturale. 

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