La Turchia, l’Unione europea e le conseguenze sui migranti, meltingpot.org, 25/06/07

La Turchia, l’Unione europea e le conseguenze sui migranti

Intervista con Ceren Ozturk (HCA, Turquie)

Ceren Ozturk abita ad Istanbul, è una dottoranda in Sociologia e sta scrivendo una tesi sull’immigrazione subsahariana in Turchia. Nell’ultimo anno ha cominciato a lavorare sulla questione dell’immigrazione anche collaborando come stagista presso l’Helsinki Citizen’s Assembly, una Ong che lavora in Turchia e che ha un ufficio legale per i richiedenti asilo. Le abbiamo chiesto di raccontarci dell’immigrazione nel suo paese e di come la situazione si sia evoluta a seguito delle pressioni che il governo turco ha subito da parte dell’Unione europea lungo il difficile percorso di adesione la cui conclusione appare ancora lontana.

Quale immigrazione in Turchia?

R. Cercherò di rispondere alle domande che mi farai su questo tema a partire dalle cose che ho potuto osservare personalmente e dalle discussioni che ho avuto con i migranti. Ciò che ti dirò non è pertanto nulla di esaustivo.Ci sono ancora tantissime cose che non conosco. Ma ti racconterò tutto quello che sono riuscita ad imparare sui migranti in un anno circa di lavoro ad Istanbul.

D. Ma chi sono i migranti in Turchia?

R. è una domanda molto ampia e a cui è molto difficile rispondere perché la Turchia, nonostante sia sempre stata conosciuta dall’Europa come un paese di emigrazione verso i paesi europei, è un paese che in realtà ha anche ricevuto moltissimi migranti negli ultimi anni e che è un punto di passaggio tra mondo ricco e mondo povero. I migranti arrivano praticamente da tutti i paesi con cui la Turchia ha una frontiera in comune. Dagli anni ’90 arrivano i migranti dell’ex Unione Sovietica, ad esempio i moldavi, poi ci sono gli armeni che emigrano anch’essi verso la Turchia, ma c’è anche un’immigrazione che potremmo definire “tournante” , composta da tanta gente che viene a lavorare in Turchia, che viene a commerciare, e poi ritorna indietro. Ci sono diverse maniere di immigrare, diversi tipi di immigrazione in Turchia, ci sono anche molti richiedenti asilo che vengono dall’Iran, dall’Iraq, dall’ Afghanistan, dalla Somalia, dal Sudan. Ci sono moltissime nazionalità differenti, penso più di una ventina, e si tratta di persone che venendo in Turchia possono avere obiettivi molto diversi tra loro: passare in Europa, chiedere asilo, fermarsi a lavorare…

Rotte e percorsi

D. E ad esempio gli africani che hai detto che arrivano in Turchia, attraverso quale tragitto la raggiungono? e una volta arrivati in Turchia, se vogliono proseguire il viaggio, lo fanno attraverso quale percorso?

R. Mi è capitato di parlare di questo soprattutto con africani francofoni dell’Africa dell’Ovest, che venivano dalla Mauritania o dal Senegal e con alcuni Congolesi, - c’è una comunità non troppo numerosa ma comunque importante di congolesi ad Istanbul - e loro mi raccontavano che c’è tanta gente che parte dalla Libia tramite i passeurs, con le barche che si avvicinano alle coste italiane e cercano di fare sbarcare i migranti. Ma quando si accorgono che ci sono troppi controlli, cambiano rotta e cercano di arrivare in Grecia e se neppure questo funziona li portano fino in Turchia. Durante tutto questo tempo i migranti restano nelle barche in un luogo completamente chiuso da cui non vedono niente. Può passare così anche un mese, il tempo dipende dalle barche, senza che loro vedano dove si trovano, se vicino alle coste italiane e greche o turche a in nessuno di questi luoghi, e poi si ritrovano in Turchia. Esistono anche tragitti via terra che in generale vanno dalla Libia alla frontiera tra Turchia e Siria, fino al sud della Turchia. Ma questi percorsi riguardano solo alcuni africani come i somali o i sudanesi. Ci sono anche moltissimi rifugiati iraniani che arrivano in Turchia, degli iracheni e degli Afgani che arrivano dalla frontiera est. La Turchia ha una frontiera con l’Iran e così…

D. Ma una volta arrivati in Turchia questi migranti vogliono partire ancora? E se vogliono raggiungere l’Europa che viaggio intraprendono, cosa succede?

R. La Turchia ha una facilitazione nel regime dei visti rispetto a molti paesi. Ad esempio gli iraniani non hanno bisogno di un visto per entrare. Possono chiederlo direttamente quando arrivano alla frontiera. Ma molti migranti non vogliono restare in Turchia, e desiderano solo attraversarla per raggiungere l’Europa. Allora devono entrare in contatto con le reti dei passeurs per raggiungerla sia attraverso le isole greche sia attraverso la frontiera greca a nordovest della Turchia. C’è anche un altro tragitto che parte dalla regione della Turchia vicino alla Siria con lo scopo di raggiungere dalla parte greca l’isola di Cipro. Come vedi i tragitti sono molto differenti. Le persone che invece hanno fatto ingresso legale in Turchia, ma il cui visto di ingresso è scaduto, diventano “illegali”, e a quel punto possono succedere anche a loro cose diverse, ad esempio possono finire in detenzione. Alcuni fanno richiesta di asilo e per loro inizia una procedura molto complicata.

D. E cosa succede alla frontiera con la Bulgaria e la Grecia? Cosa accade a chi cerca di attraversare “illegalmente” la frontiera con l’Unione europea?

R. Mi è capitato di parlare con alcuni migranti che hanno cercato di attraversare la frontiera con la Bulgaria. Non si sa molto di ciò che accada esattamente. Quel che so è che in una città molto vicina alla frontiera greca, Edirne, e in un’altra città molto vicina alla frontiera bulgara, Kiklareli, ci sono due campi di detenzione. Quindi in generale i migranti che cercano di attraversare quella frontiera e vengono arrestati sono portati in questi centri e lì vengono detenuti senza neppure una convalida del trattenimento. In Turchia infatti non esiste una legislazione che tratti direttamente dell’entrata e del soggiorno dei migranti, ci sono degli articoli dispersi tra diverse leggi: c’è la legge sul passaporto, ad esempio, che prevede che ad uscire dalla Turchia senza passaporto si possa essere punti con una multa e con un mese di prigione, mentre entrare senza visto e senza passaporto in Turchia può comportare da uno a sei mesi di carcere seguito dall’espulsione. Dunque il migrante che cerca di uscire dalla Turchia può venire imprigionato fino a sei mesi ma di solito la detenzione oltrepassa di molto questo limite.

L’Ue e le politiche turche su immigrazione e asilo

D. Come sono cambiate, se sono cambiate, le politiche sull’immigrazione e sull’asilo da quando si è cominciato a parlare dell’adesione della Turchia all’Unione europea?

R. Si, sono cambiate. La Turchia negli anni ’90 ha avuto un governo di destra con un primo ministro che si chiamava Turgut Ozal e che è poi divenuto presidente della Repubblica, e sotto di lui ha avviato politiche liberiste, molte privatizzazioni, sovvenzioni all’esportazione e cose simili. Era il governo che ha introdotto e difeso il liberalismo in Turchia, e rispetto all’immigrazione è avvenuta la stessa cosa: visto che si sviluppavano relazioni commerciali tra la Turchia e i paesi frontalieri, si aveva un regime di visti molto semplificato. Tanti paesi, come il Marocco, la Tunisia l’Iran e credo anche la Moldavia avevano parecchie facilitazioni, grazie a quel sistema cui ho accennato prima di “Visa banderole” che permetteva di ottenere i visti direttamente alla frontiera o all’aeroporto di Istanbul. Ciò avveniva nella prospettiva di uno sviluppo delle relazioni commerciali attraverso la mobilità delle persone . Al livello dell’asilo, stando ai dati ufficiali, tra gli anni ’80 e il 2000 la Turchia ha accolto circa un milione di richiedenti asilo, ma queste sono solo le cifre ufficiali. Bisogna aggiungere che, ad esempio, nel 1993 ci sono stati 300000 turchi della Bulgaria arrivati a installarsi in Turchia, e queste persone fanno parte di quel milione di richiedenti conteggiati nelle cifre date dalle autorità. Molti rifugiati sono arrivati anche a seguito della guerra del golfo. Ma nonostante tutti questi rifugiati, la Turchia non ha avuto una legge sull’asilo fin o al 1996, quando è stato emanato un regolamento sulla materia. La Turchia ha comunque firmato la Convenzione di Ginevra e al livello dell’asilo aveva delle obbligazioni internazionali ma, a causa di una clausola di limitazione geografica, allora come oggi, era tenuta ad accettare solo le richieste d’asilo provenienti dall’Europa. Ovviamente nessun europeo viene in Turchia a chiedere asilo e così la realtà è che la Turchia non ha vere responsabilità giuridiche in materia di asilo. Ufficialmente, infatti, non accetta i rifugiati provenienti da paesi non europei e non consente a coloro che fanno richiesta all’Unhcr della Turchia di risiedere legalmente sul suolo turco durante il tempo della procedura. Allo stesso tempo però viene chiesto a questi ultimi di registrarsi anche presso le autorità turche e di avviare così anche una procedura parallela. Per l’asilo in Turchia esistono allora di fatto due procedure: una si avvia con l’Unchr e l’altra con lo Stato turco.

D. A quando risale la restrizione geografica della Convenzione di Ginevra?

R. in realtà questa clausola esiste ancora. La Turchia continua a rifiutare di accordare lo statuto di rifugiato a persone che provengono da paesi non europei. Quel milione di rifugiati di cui ho parlato sono stati accolti in Turchia ma poi inviati presso paesi terzi rientrando nella procedura di re- installazione dell’ Uncr. In realtà è tutto molto complicato. Un esempio ancora: ci sono dei Ceceni in Turchia, che vivono ad Instanbul, e il governo turco non accorda loro lo statuto di rifugiati nonostante sarebbe tenuto a farlo perché si tratta di europei. Quindi la limitazione geografica non funziona per i Ceceni e la loro presenza viene semplicemente “tollerata”, si dà loro dei permessi di soggiorno di sei mesi, ma questo crea una situazione molto precaria. Ad esempio queste persone non hanno diritti sociali.

D. Sostanzialmente esiste da una parte una grande difficoltà ad ottenere l’asilo ma al contempo una grande facilità nell’entrare in Turchia e di abitarci grazie al regime dei visti…

R. Esattamente. È molto facile arrivare in Turchia sia a causa del sistema dei visti di cui abbiamo parlato sia perché il paese ha delle frontiere molto vaste

D. Ma come si coniuga questo con il fatto che nell’ultimo periodo la Turchia e l’Ue stanno trattando l’adesione della Turchia?

R. infatti le cose sono molto cambiate dal 2000, cioè dal momento in cui l’adesione della Turchia all’Unione europea diventa un po’ più concreta. Con l’inizio ufficiali delle negoziazioni nel 2003, la Turchia ha messo in atto nuove politiche di immigrazione e asilo in base alle due esigenze principali dell’Europa: la prima è la lotta contro l’immigrazione illegale attraverso il rafforzamento dei controlli di frontiera e l’armonizzazione del sistema dei visti turco con quello Schengen adottando la stessa lista dei paesi “buoni” e “cattivi”, e infine con la creazione dei centri di detenzione. La seconda esigenza dell’Europa è al livello dell’asilo. L’Europa chiede alla Turchia di sopprimere la clausola della limitazione geografica e diventare un paese di asilo. Tutte queste richieste non sono state ancora accettate dalla Turchia perché questa non è ancora sicura della propria adesione, e non sa a quali condizioni verrà ammessa a far parte dell’Ue: con un partenariato privilegiato o senza, se sarà per intero un paese membro oppure no ecc. Allo stesso tempo non arrivano i fondi europei per il rafforzamento dei controlli alle frontiere e per tutte le altre spese che sarebbero necessarie tanto per creare i meccanismi di controllo dell’immigrazione quanto per avviare le procedure di asilo in maniera conforme all’Ue e alla comunità internazionale. La Turchia è dunque reticente rispetto ad alcuni argomenti, ma di contro vuole dimostrare di fare comunque degli sforzi per conformarsi alle esigenze dell’Europa in materia di asilo e immigrazione, ed è per questo che nel 2005 ha adottato un Piano d’Azione Nazionale in materia, un testo di circa 30 pagine che definisce in maniera molto dettagliata tutte le riforme legislative e istituzionali che la Turchia deve promuovere per conformarsi, e anche ciò di cui la Turchia ha bisogno a livello finanziario per formazione del personale e della polizia . è questo piano d’azione che ci mostra quale sarà la politica dell’asilo e dell’immigrazione negli anni a venire. Ci sono già state delle riforme avviate in Turchia sotto la pressione dell’Unione europea, come ad esempio l’abolizione della pena di morte o il riconoscimento dei diritti delle minoranze. Ma queste cose sono state accolte molto velocemente. Ciò che l’Europa ha domandato la Turchia ha fatto, perché esistevano già delle dinamiche in Turchia che si muovevano in queste direzioni, dei movimenti sociali che rivendicavano questi cambiamenti. Sull’asilo e sull’immigrazione, invece, la Turchia non esegue immediatamente ciò che l’Europa chiede perché su questi argomenti le implicazioni e i pericoli sono molto maggiori. La Turchia non vuole diventare una “zona tampone” dell’Europa, dove i migranti si installano. L’Europa vuole “proteggersi”, ma anche la Turchia vuole la stessa cosa, e per questo attende.

Detenzione e “città satelliti”

D. Hai parlato di centri di detenzione in Turchia. Quando sono stati creati?

R. francamente non so esattamente quando sono stati aperti. Ma la creazione dei centri di detenzione è una delle modalità per conformarsi alle esigenze manifestate dall’Unione europea. È per questo che sono stati creati: per potere controllare i migranti. La Turchia vuole fare come fanno gli altri Stati: rinchiuderli e “assegnarli a residenza” è oggi il principale metodo di controllo dei migranti in quasi tutti i paesi, e la Turchia, purtroppo si è adeguata.

D. E questo accade anche con i richiedenti asilo?

R. in linea di principio i richiedenti asilo non dovrebbero essere detenuti, ma nella realtà a volte lo sono. Avevo citato l’esistenza di una procedura parallela inoltrata con l’ Unhcr; ecco, in questo caso si impone ai richiedenti asilo di alloggiare in delle specifiche città che sono molto piccole e lontane dalle frontiere. I richiedenti asilo non sono autorizzati a risiedere nelle grandi metropoli, ma possono solo abitare in queste città chiamate “città satellite” e devono recarsi dalla polizia molte volte a settimana, in alcuni casi tutti i giorni, e devono chiedere autorizzazione per spostarsi ad esempio per andare a parlare con qualcuno dell’Unhcr.

D. Si tratta di città create espressamente per loro?

R. No, per fortuna non si è ancora arrivati a questo punto. Si tratta di città normali, come Venezia o Firenze, ma in queste città sono costretti a vivere. D. Qual è la reazione della popolazione di queste città satellite nel rapporto con i rifugiati? R. Io sono stata in una città satellite solo due volte e ho parlato coi migranti che vi abitavano anche della reazione della popolazione. È variabile. Ma i migranti con cui ho parlato si lamentavano molto, dicevano che la gente reagiva in maniera molto razzista. Mi hanno raccontato di essere di continuo sospettati di avere rubato qualcosa, di essere guardati male, di venire insultati e cose simili. Si tratta di pratiche di esclusione di una popolazione turca che non capisce da dove vengano queste persone, perché arrivano, perché vi rimangono, ecc. come ti ho detto ho lavorato con una Ong ed è con questa associazione che sono stata in queste città. Quando dicevamo che eravamo lì per fare orientamento giuridico per i richiedenti asilo, le persone ci rispondevano: ma con tutta la gente che ha bisogno di aiuto, con tutte le cose che ci sarebbero da fare, perché aiutate degli stranieri? In Turchia non siamo già abbastanza poveri? Perché dobbiamo aiutare i poveri degli altri?

Gli accordi di riammissione:

D. In Italia è ormai fenomeno riconosciuto che lo sfruttamento della forza lavoro dei migranti avviene anche attraverso la loro clandestinizzazione, che esista cioè una relazione tra il fatto che vengano costretti in uno stato di illegalità e il fatto che in questa condizione siano più facilmente sfruttabili. Questo accade anche in Turchia? Vi sono molti immigrati, ad esempio, impiegati nel mercato del lavoro a nero?

R. Non credo che la questione si ponga nella stessa maniera in Turchia e in Italia. Perché quando tu parli di questo parti dal fatto che in Italia esistano anche migranti “legali”. In Turchia invece diventare regolari è molto difficile, non esiste una tradizione di immigrazione legale che in Italia credo ci sia stata un po’ di più. A Istanbul nel mercato del lavoro informale rientra più del 40% degli impieghi e in Turchia in generale raggiunge il 60%. Moltissimi turchi pertanto lavorano a nero. Questo non esclude il fatto che le forme di sfruttamento dei migranti siano molto più dure che quelle dei turchi. Anche se i turchi vengono impiegati nel settore informale, infatti, pur non avendo contratti regolari di impiego, sono tutelati da un altro tipo di legami, come ad esempio quelli familiari o della comunità. Quando si tratta di migranti, invece, e della loro introduzione nel mercato informale in Turchia, manca non solo la protezione della legge, ma mancano anche tutti queste relazioni familiari, di amicizia, di vicinato, che regolano i rapporti. Per questo motivo sono molto più soggetti allo sfruttamento e accade spesso che i migranti che lavorano non vengano poi pagati da chi li ha impiegati anche per un mese di lavoro. Un migrante africano, solo, senza alcuna protezione giuridica, senza nessuno che lo sostenga, può essere soggetto a queste vessazioni.

Xenofobia e razzismo in Turchia

D. Credi che esista un livello di razzismo e di xenofobia in Turchia contro gli immigrati, e se esiste, ha subito l’influenza della nuova prospettiva europea dell’adesione?

R. Se domandi a qualcuno per strada se pensa che i turchi siano in qualche modo razzisti, ti verrà risposto che no, assolutamente no. La concezione del razzismo in Turchia è molto particolare. Siccome non abbiamo un passato coloniale, non abbiamo mai colonizzato un paese, non abbiamo conosciuto i rapporti di dominazione installati altrove, ad esempio in Francia. Ma, nonostante ciò. Credo che in Turchia ci siano moltissimi pregiudizi contro gli stranieri, come avviene in tutti gli stati- nazione forti. Ma è difficile parlare di razzismo in un modo così generale…

D. E ci sono ad esempio delle reazioni di fronte allo sfruttamento o alla violazione dei diritti dei migranti nei centri di detenzione? Esiste un’opposizione politica alle politiche migratorie turche?

R. E’ proprio questo il problema. In Turchia l’immigrazione non è mai stata una priorità dello Stato, non è mai stato un argomento di dibattito. Anche per questo è difficile che dei momenti di opposizione si creino attorno ad una questione che non si conosce. Ci sono africani o moldavi a Istanbul? Questo non interessa a nessuno. Ci sono pochissime Associazioni che lavorano sul campo, i politici ne parlano poco, le leggi e i regolamenti vengono creati, ma è un soggetto ancora poco mediatizzato e che preoccupa poco la società turca. Ci sono alcuni articoli di giornale che criminalizzano i migranti, ad esempio i nigeriani legandoli al traffico della droga di Istanbul. Tutti i migranti sono indistintamente chiamati clandestini e questo ha certamente delle conseguenze nella loro stigmatizzazione. Ma la popolazione migrante è sempre presentata come una popolazione di passaggio, destinata a partire verso l’Europa, ed è solo per questo che la reazione ella gente è ancora non troppo dura: “sono clandestini, non è bello che siano qui illegalmente, ma tanto stanno per andarsene”. Questa è la differenza di approccio rispetto ad esempio all’Italia.

a cura di Alessandra Sciurba e Marco Visintin, Redazione Melting Pot.
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