Giustizia: oltre il diritto, la dannazione della memoria, di M.Palma Fuoriluogo, 25/3/07

 

 

Si chiamava Salvia, dal nome dell’odorosa pianta abbondante sui suoi monti che circondano il paese. Il suo nome è stato mutato in Savoia di Lucania, come omaggio al re Umberto I, scampato a un attentato che aveva una scarsa probabilità di riuscita, e come ammenda per aver generato il suo attentatore: Giovanni Passannante. A quest’ultimo, rinchiuso all’Isola d’Elba per scontare la pena dell’ergastolo, non venne mai concesso divedere alcuno né la luce del sole durante gli anni della sua prigionia; né di poter mai alzarsi in piedi, essendola cella alta soltanto un metro e quaranta. Venne poi trasferito al Manicomio criminale - che oggi con meno violenza verbale chiameremmo Ospedale Psichiatrico Giudiziario - dove finì i suoi giorni in un’Italia che si avviava alla prima guerra mondiale. Ma la pena non bastò: il suo corpo non ebbe mai totale sepoltura, fu dato all’analisi dei tardo-positivisti lombrosiani che volevano ricercare l’origine organica del suo crimine e teschio e cervello da allora furono posti in mostra al Museo criminologico. La pena espiata così atrocemente non era stata considerata sufficiente. Si voleva la dannazione della memoria.

La dannazione della memoria, come metodo per non indagare il passato e per non leggerne possibili ragioni, tracce lasciate e modificazioni indotte, ha accompagnato quasi sempre le grandi lacerazioni storiche e l’incapacità sociale di elaborare consapevolmente i lutti subiti. Ce la ricordano l’Antigone sofoclea, così come le frequenti anonimie delle sepolture dei vinti, fino alla vicenda ricordata, che pur avveniva in una società che era passata attraverso il secolo dei Lumi. Riemerge, la dannazione della memoria, ogni volta che si tenta di capire i perché, pur nel rischio di essere accusati non di voler fare un’operazione di comprensione e, quindi, di effettiva prevenzione rispetto al ripetersi degli accadimenti, quanto piuttosto un’operazione di tardiva acquiescenza e forse di complicità postuma. Quando poi alcuni eventi riemergono, seppur in forme diverse e in contesti diversi, questo rischio diventa altissimo e le poche voci dubbiose vengono ridotte immediatamente al silenzio.

Eppure, senza comprensione non si procede, senza capire i perché di chi ha effettuato alcune scelte, dolorose per le vittime e spesso anche per gli artefici, non si ha un’effettiva rielaborazione di quanto accaduto, non si gettano le basi per un vero superamento. E interrogare coloro che di tale scelte ed errori furono protagonisti è aiuto essenziale per l’azione di comprensione. È una necessità. È metodo irrinunciabile anche per ridare a essi un ruolo utile, realmente in grado di ritessere quel filo sociale che si è reciso con la commissione del reato.

Di tutto ciò non si parla oggi mentre si chiede il silenzio ai protagonisti di vicende gravi connesse agli episodi di lotta armata degli anni settanta e ottanta. Sono passati più di due decenni, le pene inflitte allora, hanno per molti esaurito, come è

normale e giusto, il loro corso e, quindi, è possibile oggi interrogare e interrogarsi. L’operazione però non sembra interessare: quella drammatica esperienza diviene una tessera di un mosaico fatto di chiacchiericcio, di rumore di fondo, di sollecitazione di interviste e di immediata indignazione per averle concesse. È parte di una rappresentazione mediatica che ha il doppio effetto, da un lato di non aiutare alla riflessione effettiva, dall’altro di cristallizzare l’immagine degli attori di allora al tempo e alla scena di quanto commesso ormai più di un ventennio fa. Che tutto ciò strida con il dettato costituzionale che vuole la finalizzazione delle pene nel reinserimento sociale, non sembra interessare i commentatori. Già, perché, oltre a dannare la memoria, si vuole in fondo che venga implicitamente comminata una pena accessoria, non legale, non detta, quella del restare ai margini, del non avere più diritto di parola, dello scomparire.

Certamente - e lo ha ricordato anche il Capo dello Stato - il criterio del rispetto del dolore delle vittime e dei loro parenti è punto fermo nella valutazione dell’opportunità del dove e come intervenire. Ma la riduzione alla non esistenza sociale, al silenzio imposto per chi ha scontato una pena, non è accettabile in nessun ordinamento moderno, perché significherebbe non tenere in alcun conto il percorso che gli anni hanno inevitabilmente fatto compiere, tanto più quando li si è trascorsi privati della libertà, con ampio tempo di riflessione sul proprio passato. Molte delle persone di cui si parla in questi giorni hanno compiuto percorsi di ripensamento, documentabili e anche collettivi: come non ricordare l’espressione di rielaborazione compiuta all’interno delle mura carcerarie nelle cosiddette aree omogenee, nella volontà di dissociarsi silenziosamente dall’esperienza passata, rompendo la dicotomia tra chi irriducibilmente restava ancorato ad essa e chi la superava con una attiva e premiata denuncia dei propri compagni di un tempo? Come non vedere che proprio tale rottura ha significato allora l’effettivo superamento dell’esperienza passata?

Non fu un cammino semplice: la legge sulla dissociazione"silenziosa" dalla passata esperienza trovò molti ostacoli nel suo percorso parlamentare e, quando, all’inizio del 1987, venne approvata, il suo testo non rispondeva più a quanto auspicato da chine aveva seguito origine e itinerario, sfociando in una richiesta di implicita abiura del proprio passato che male si coniugava con il fondamento giuridico di uno Stato moderno, che mai deve divenire soggetto etico volto a modificare le coscienze, anche di chi ha commesso gravi reati.

Eppure, l’esperienza costruita durante le fasi della sua discussione rimane fondamentale nella maturazione di una cesura,nella rilettura del passato e nella costruzione per molti di una nuova, diversa, prospettiva: gli effetti ebbero un significato di rielaborazione personale e culturale ben superiore alla lettera del testo approvato.

Oggi, anche a coloro che di tale cammino furono protagonisti viene richiesto di ritrarsi da ogni attività che dia visibilità al proprio nuovo agire: a Susanna Ronconi, da decenni attiva nel mondo della riduzione dei danni prodotti dalla spirale tossicodipendenza - repressione, viene chiesto e imposto di rinunciare a rappresentare l’associazione entro cui ha sviluppato tale esperienza, all’interno di un tavolo tecnico che avrebbe potuto giovarsi proprio della complessità del percorso che lei rappresenta.

Analoga la situazione per altri, protagonisti di altre personali elaborazioni: a Renato Curcio si chiede di non presentare il prodotto della propria attività editoriale all’interno di una manifestazione sull’editoria. Non scampa anche chi si è sempre dichiarato estraneo e distante: la presenza di Adriano Sofri a un dibattito è oggetto di rampogna.

Non si tratta, quindi, di evitare giustamente la spettacolarizzazione del dolore altrui o la proposizione di ciò che si è commesso quale fonte di un nuovo protagonismo. C’è nell’attuale campagna contro ogni presenza e parola, qualche cosa di aggiuntivo che inquieta: il desiderio di una pena oltre la pena, ormai scontata. Una richiesta che oltre a essere irricevibile interroga la società che la pone, perché svela come essa sia ferma sul passato senza permettere che divenga memoria rielaborata.

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