Mediare e non punire, contro un sistema penale che asseconda la violenza, Liberazione 25/3/07

Cosa c’entra Silvio Sircana con un convegno dal titolo “Mediare, non punire”? Tutto e niente. Nel senso che si potrebbe partire anche da lì, dal paradosso, per capire quanta strada c’è da fare. E forse il <caso S>, come lo chiama Luigi Manconi, quella gogna mediatica, quello straordinario esercizio di ipocrisia, è l’esempio più calzante per tracciare la distanza tra la nostra Italia e i propositi stessi della tavola rotonda promossa venerdì scorso da Antigone

 

 

di Alessandro Antonelli

 

Cosa c’entra Silvio Sircana con un convegno dal titolo “Mediare, non punire”? Tutto e niente. Nel senso che si potrebbe partire anche da lì, dal paradosso, per capire quanta strada c’è da fare. E forse il <caso S>, come lo chiama Luigi Manconi, quella gogna mediatica, quello straordinario esercizio di ipocrisia, è l’esempio più calzante per tracciare la distanza tra la nostra Italia e i propositi stessi della tavola rotonda promossa venerdì scorso da Antigone (l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale): azzardare, provare ad immaginare una giustizia senza pena. Perché proprio mentre gli interlocutori si inerpicano sulla montagna di una nuova filosofia morale che metta in discussione il sistema penale e valorizzi la pratica alternativa della “mediazione”, ecco che l’Italia ostenta con goffaggine il suo ritardo, la sua impreparazione. La sua cultura giuridica - inutile farsi illusioni - marcia in direzione opposta. Se è vero, per tornare al <caso S>, che siamo arrivati a quello che Manconi battezza il “pan-penalismo”, dove tutto è reato e tutto deve essere sanzione. E nel caso del malcapitato neo portavoce unico del governo, persino alla penalizzazione senza pena materiale, lo stigma sociale, la colpevolizzazione della mera pulsione, <qualcosa di più intimo e ingiudicabile dello stesso desiderio>.

Il sottosegretario alla Giustizia la prende alla larga. Eppure l’affresco di questa Italia costretta tra voyeurismo e riprovazione è certamente un modo per riflettere sugli ostacoli di un’operazione ardua, che Antigone ha avuto il merito di sollecitare con una serie di interrogativi. E cioè: questo sistema penale assicura giustizia? Comprime il crimine? Ripaga le vittime? Redime il colpevole? Elargisce “sicurezza”? Le domande suonano volutamente retoriche e Patrizio Gonnella, che venerdì ha fatto gli onori di casa, le ha offerte in pasto a studiosi, esperti e accademici che si interrogano da anni sul tema di una giustizia riparativa fondata sulla mediazione.

Louk Hulsman, giurista olandese considerato il padre dell’abolizionismo penale, parla per primo e arriva dritto al cuore della questione. Il sistema penale è in grado di intercettare solo una minima parte degli eventi criminosi. Dunque colpisce in modo inevitabilmente selettivo, talora casuale, e per di più sull’altare di alcuni diritti ne sacrifica altri: come quello alla libertà personale o a trattamenti umani. Studi e statistiche sono lì a dimostrare, inoltre, che l’inasprimento della pena, la modulazione della sua quantità, non ha effetti dissuasivi sulla devianza sociale.

Il punto di partenza è proprio il fallimento del sistema delle pene. Dal lato delle “vittime”, come dal lato del reo. Con il torchio dell’accanimento penale la vita della parte offesa resta inalterata e quella del colpevole affidata ad un’incerta, imperscrutabile espiazione. E non sopravvive neppure l’argomentazione della deterrenza: poco più di un pretesto, per il filosofo del diritto Eligio Resta, una lente distorta con cui si guarda al sistema penale, che nasce non già a tutela della vittima, ma a garanzia dell’imputato: è uno di quei tranelli – spiega - che la società escogita per ingannare la propria violenza, per evitare l’arbitrio della punizione e la vendetta. Il problema è che spesso il sistema penale non inganna la violenza ma l’asseconda. Diventa, per dirla con Nietzsche, il suo “mimo”.

Se allora non soddisfa le sue basilari esigenze, a cosa serve il sistema penale? L’interrogativo prelude ad una scommessa certamente affascinante e provocatoria: andare oltre la sanzione, ma non solo. Superare il sistema penale nel suo insieme, come struttura in grado di dare risposta ai conflitti della società. O almeno - senza scivolare sul terreno dell’utopia - ragionare in parallelo attorno ad una impalcatura giuridica del tutto differente: la mediazione. Un esperimento già avviato in alcuni paesi europei, che ha per presupposto l’incontro delle volontà dei soggetti coinvolti nell’evento criminoso e che trova la sua esplicazione e la sua soluzione al di fuori del recinto penale. Una rivoluzione copernicana. Perché si tratta di indagare <un altro vocabolario, un’altra semantica>, spiega Resta. Un linguaggio alternativo a quello del controllo punitivo-repressivo, un topos, un luogo pubblico in cui la società si fa carico delle proprie violenze, negozia e non strumentalizza le sue fratture. La mediazione come pratica spontanea, necessariamente condivisa e mai eterodiretta, che si pone l’obiettivo di erodere gli spazi della pressione penale. Una ricomposizione del conflitto sociale che si può realizzare - ragiona Sergio Moccia, componente della commissione che lavora alla riforma del codice penale - solo in piena autonomia, con l’incontro di due volontà libere, che mediano su un fatto acclarato e con reciproche assunzioni di responsabilità.

Circostanze, aggiunge il penalista Carlo Fiorio, che devono intervenire prima del penale, in una fase pre-processuale o investigativa.

Ma dove, concretamente, è possibile portare avanti questa pratica alternativa? L’esperienza europea, specialmente nei paesi scandinavi, suggerisce un ambito di applicazione possibile che è quello della dimensione comunitaria e meglio ancora della prossimità dei conflitti: in famiglia, tra amici, colleghi, vicini. Ambiti dove la giustizia penale produce molto spesso più danni che benefici, fa anzi l’effetto – ironizza il sociologo francese Jacques Faget – di un elefante che entra in un negozio di porcellane.

Dunque partire dalla pratica per arrivare ad una nuova filosofia del diritto. Nel laboratorio per la riforma del codice, è l’auspicio degli studiosi intervenuti al convegno, ci deve essere spazio anche per queste suggestioni. Da tempo, assicura il sottosegretario Manconi, si lavora perché all’interno del ministero della Giustizia sia istituita una struttura apposita per studiare e rendere operativa questa pratica. Ma la mediazione penale in Italia è un concetto ancora esile che fatica ad affermarsi per tante resistenze, e non tutte strumentali. Perché, fa notare Moccia, non bisogna ignorare che il nuovo linguaggio, quello della mediazione, intacca la corteccia della stessa civiltà giuridica, mette in crisi il paradigma della certezza del diritto e fa persino a pugni con le previsioni costituzionali: il principio di legalità assicurato dall’obbligatorietà dell’azione penale, dalla presunzione di non colpevolezza (che contraddice ab origine l’acclaramento “mediato” del fatto). Se è vero che il sistema penale è un <rozzo strumento per intervenire sulla società>, esso fissa pur sempre dei paletti oltre i quali è inverosimile, o quantomeno rischioso, avventurarsi.

Insomma, una sfida che è anche perplessità: chi è disposto a cambiare linguaggio?

  
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