Perchè no? (i diritti incomprensibilmente negati)

Un interno, due amici. L’ospite si accomoda, mentre l’altro finisce di sistemare la nuova tenda. Poi la partita, un po’ di musica e qualche passatempo. Alla fine, quando il sonno sta per aver la meglio, l’ospite si congeda: «ci vediamo domani?», «sì, penso di sì» risponde l’altro, e le sbarre si chiudono su quella irriconoscibile cella, una vera «camera», come avveniristicamente vorrebbe che fosse il regolamento penitenziario, non da molto, ma tuttora vigente in Italia. Una geniale invenzione comunicativa per Ikea.
Conosciamo le obiezioni, quelle più radicali e finanche quelle moderatamente riformiste. Fosse facile cambiarlo …. Il meglio del carcere è nella sua riduzione: meno ce n’è, meglio si sta. Il problema non è come si possa fare un carcere migliore, ma come si possa avere qualcosa di meglio del carcere.
Intanto, però, il carcere è lì, come ce lo descrive Salvador, che finalmente ha risolto i problemi terapeutici per cui ci aveva interpellato qualche mese fa, ma non sopporta il dolore degli altri e quelle condizioni di vita a cui tutti sono costretti: «la situazione che avevo spiegato l'altra volta non è cambiata: mi riferisco alle docce fatiscenti al limite dell'igiene. Il carcere è sempre più pieno e nelle celle siamo sempre più ammassati. … Mi viene da pensare che in Italia hanno più diritti i cani che le persone, perchè noi in cella dividiamo 3 metri quadri per 2 persone, e nelle stesse celle viene montata la terza branda, quindi in alcune celle ci sono anche tre detenuti ».
La camera dello spot Ikea è ben lontana dalla realtà penitenziaria italiana; probabilmente è un miraggio irraggiungibile e a qualcuno sembrerà anche una presa in giro. Ma quella immagine, di una normalità abitativa che si realizza dietro le mura di una prigione, ci restituisce il dover essere della moderna pena detentiva: una semplice (e dura) privazione della libertà, senza quel di più di afflizione, senza quella rituale degradazione della dignità umana alla quale sono quotidianamente costretti gli ospiti delle nostre carceri.
No, non «basta poco per cambiare», come recita lo slogan che chiude il sipario sullo spot. Ma da qualcosa bisognerà pur partire, e un buon modo per incominciare è tenere la barra su ciò che il carcere promette di essere, alla ricerca di una accettabile giustificazione alla sua ineliminabile crudeltà. E allora perché no? Perche non tante piccole celle singole in stile Ikea? Perché vietare o contingentare i tempi di comunicazione telefonica con amici e parenti? Perché impedire l’uso di internet e della posta elettronica in carcere? Chi lo ha detto che le carceri non debbano essere alberghi? Perché no?